Dallo pseudonimo scelto per proteggersi all’autopubblicazione consapevole, Lara ci racconta il suo percorso tra immaginazione e disciplina
C’è chi nasce lettore e chi arriva ai libri per caso, magari con un ebook scaricato per errore. È da un incontro fortuito che prende forma il percorso di Lara Thomson, autrice romance autopubblicata che ha trasformato una passione tardiva in una scelta identitaria e professionale. In questa intervista ci racconta come è nato il suo nome d’arte, cosa significa oggi essere una scrittrice self in Italia, quanto contano i social media per emergere e perché il romance merita di essere preso sul serio. Tra dubbi, lavoro invisibile e orgoglio creativo, emerge il ritratto di un’autrice che ha imparato a credere nella propria voce, un passo alla volta.
Iniziamo con una curiosità personale: il tuo è un nome d’arte?
«Sì, Lara Thomson è un nome d’arte. Quando ho iniziato a scrivere, quindi ormai nove anni fa, non volevo che le persone sapessero di questo lato della mia vita, così ho scelto uno pseudonimo per tenere distinte le due versioni di me. “Lara” è ispirato alla mia eroina del cuore, Lara Croft: da piccola impazzivo per i suoi film, ed è un nome che mi ha sempre trasmesso molta positività. “Thomson”, lo ammetto, l’ho scelto un po’ a caso, mi piaceva come suonava e a quel tempo non pensavo fosse così importante o che qualcuno lo avrebbe mai detto ad alta voce».
Quando hai deciso che saresti diventata una scrittrice?
«Non l’ho mai davvero deciso e, in parte, non l’ho nemmeno cercato o voluto. Non sono cresciuta come una “bambina lettrice”, perché vedevo i libri come qualcosa di molto lontano da me. Quelli imposti dalla scuola non mi suscitavano grandi emozioni e questo non ha fatto altro che allontanarmi dalla lettura. Io sono figlia dei film e delle riviste di moda. Il mio sogno nel cassetto era diventare attrice o giornalista! Non sono diventata nessuna delle due ma, se ci pensi, fare la scrittrice è un po’ l’incontro di questi due mondi: devi raccontare una storia interpretando vari ruoli».
Leggi anche: Dove nascono le storie, il mondo di Laura Macaluso
Una visione molto interessante. Hai accennato alla scuola: raccontaci il tuo percorso.
«Ho studiato amministrazione, finanza e marketing, e dopo le superiori ho deciso di mettere un punto al mio percorso di studi. Mi sentivo abbastanza persa e senza slancio, era un periodo difficile perché non sapevo cosa fare della mia vita. Ero sempre stata abituata ad avere la testa china sui libri e in quel momento non capivo quale fosse la direzione giusta da prendere. Poi un giorno ho scaricato per errore un ebook tra le tantissime proposte di libri natalizi su Amazon. È nato tutto da lì, ho letto quel primo romanzo e non mi sono più fermata, leggevo qualsiasi cosa mi capitasse sottomano, finché a un certo punto ho pensato: “forse posso farlo anche io”».
E come è andato quel primo “salto” oltre la muraglia?
«Il primo risultato è stato talmente imbarazzante che in uno sprazzo di lucidità ho cestinato il file. Ma devo dire che sono sempre stata una persona con una fervida immaginazione: per addormentarmi inventavo storie nella mia mente e le guardavo come fossero dei film, motivo per cui qualche anno dopo ci ho riprovato. È così che è nato “Natale sotto copertura”. Una volta finito ho trovato il coraggio di caricarlo su Wattpad e i lettori della piattaforma mi hanno sostenuto così tanto da essere stati proprio loro a insegnarmi a crederci. Grazie alla fiducia che mi hanno dato sono riuscita a prendermi più sul serio».
Quali sono gli autori, o le autrici, da cui la Lara di oggi trae ispirazione?
«Devo dire che cerco di non lasciarmi troppo influenzare dalle colleghe del settore. Preferisco trovare l’ispirazione al di fuori, nella vita quotidiana, nelle persone che incontro, nelle canzoni… mi piace spaziare! Però se devo farti un nome, la scrittrice che ha messo in moto tutto, quella di quel famoso ebook comprato per sbaglio, è Karen Swan. Me lo ricordo ancora, il titolo era “Un regalo sotto la neve“. Mi ha smosso qualcosa dentro. Ancora oggi, ogni volta che leggo un suo libro, rimango incantata perché riesce a mescolare amore, amicizia, famiglia e crescita personale in un modo che trovo spettacolare. Ho sempre pensato che, se mai fossi riuscita a scrivere un romanzo, avrei voluto fare la stessa cosa: unire diversi aspetti della vita e non concentrarmi solo sulla storia d’amore».
E parlando da lettrice invece, cosa prediligi?
«Leggo con grande passione Emily Henry e Sophie Kinsella. Amo anche i thriller e sono follemente innamorata della scrittura di Dan Brown, Holly Jackson e Joël Dicker. Ma il mio cuore appartiene a Gabrielle Zevin, scrittrice di Tomorrow and Tomorrow and Tomorrow, Altrove, e La misura della felicità».
Hai scelto la strada dell’autopubblicazione: quali sono i pregi e i difetti di questa decisione?
«Inizialmente ero piena di dubbi perché, come hai detto, l’autopubblicazione ha sia pregi che difetti. Dopo averla provata posso dire questo: tra i difetti c’è sicuramente il fatto che le spese le devi sostenere di tasca tua. Vuoi editare il testo per offrire qualcosa di qualità ai tuoi lettori? Vuoi una copertina professionale e una bella impaginazione? Fare collaborazioni cartacee? È tutto a tuo carico. Devi occuparti di ogni dettaglio, scegliere il font, il concept della copertina, la data di uscita, le blogger, scrivere e-mail, presentarti, presentare il tuo libro… è un lavoraccio! Tanti pensano che quando hai scritto un libro puoi batterti le mani. Io dico: hai scritto un libro? Bravo, sei al 30% del lavoro, adesso rimane l’altro 70%. Poi il self è un campo duro, devi mettere in conto che i risultati non arrivano subito, ma col tempo, libro dopo libro, conquistando la fiducia dei lettori. Ma, ehi, ci sono anche aspetti positivi! Il self publishing ripaga lo sforzo, se non in termini economici, senz’altro in orgoglio. Riuscire a scrivere un libro da soli e pubblicarlo non è cosa da tutti i giorni, quindi bisogna andarne fieri. E, anche se può sembrare un aspetto negativo, la totale gestione da parte dell’autore permette di crearsi un’identità ben definita. Nessuno prende decisioni al tuo posto, sei tu che ti mostri per come sei, senza filtri, e trovo che sia bellissimo. Lo ammetto, serve una mente imprenditoriale, perché devi gestire ogni fase della pubblicazione, ma è una scelta che rifarei senz’altro».
Ti sei affidata a qualche professionista per gestire l’editing e la grafica dei tuoi romanzi?
«Sì, mi sono affidata a una grafica per la copertina (Alessandra di Shine Lab) e per la cura del testo devo ringraziare Francesca Angilletta. Abbiamo lavorato tanto al mio romanzo e per me lei è stata molto più di una semplice editor. Mi ha insegnato a guardare il testo con altri occhi, a mettermi in dubbio, a farmi le domande giuste. Non avevo mai affrontato un editing professionale prima di Natale sotto copertura, quindi non sapevo cosa aspettarmi. Sono felice di averla scelta, perché mi ha aiutato a trovare e affinare il mio stile, rendendolo riconoscibile. Se trovi l’editor giusto, editare significa anche imparare a scrivere con consapevolezza e migliorarsi romanzo dopo romanzo. Se vuoi provare a fare la scrittrice, l’editing è un investimento che va fatto. Ma solo con professionisti!»
Il genere Romance sta vivendo un momento florido ma è sempre stato visto come letteratura di “serie B”, in Italia, e riuscire a scardinare questo cliché richiede sforzi notevoli. Cosa ne pensi? Il settore culturale si sta davvero aprendo a nuovi generi? E quanta influenza hanno i social media su questo?
«È vero, il genere romance è spesso visto come letteratura di “serie B”. Però noto che questa è una credenza radicata in chi un romance non l’ha mai nemmeno preso in mano. Magari sono quelli che si vantano di leggere Dan Brown, eppure anche lui inserisce il romance nei suoi romanzi. Anche i film d’azione hanno storie d’amore al loro interno. Questo perché è quell’aspetto che tiene lo spettatore col fiato sospeso, fino alla fine si chiede sempre “finiranno insieme o no?”. Il romance, nelle sue sfumature, lo ritroviamo in tantissimi generi: gialli, fantasy, distopici, thriller… Ma se un libro viene categorizzato semplicemente come rosa allora si pensa subito: “Nah, è roba per ragazzine!”. Io credo che ci sia solo tanta ignoranza, come in ogni campo. Tendiamo sempre a screditare ciò che non conosciamo, ecco perché il romance viene visto con sufficienza, quando in realtà i romanzi rosa affrontano temi importanti: relazioni complicate, salute mentale e fisica, ricerca di sé stessi. E questi sono solo alcuni esempi. Sono felice che i social stiano aiutando a mostrare il romance per quello che davvero è, un genere in cui non ruota tutto attorno a qualche “ti amo”. Sicuramente è grazie alla loro influenza se qualcosa si sta smuovendo, ma la strada, ahimè, è ancora lunga. Le case editrici hanno capito che il romance vende perché arriva dritto al cuore, adesso tocca ai lettori con la puzza sotto il naso capirlo».
Quanto sono importanti i social per un’esordiente?
«Sono tutto. Per come viaggiano oggi i libri, o sei nei social oppure emergere sfiora l’impossibile. Le persone non vogliono solo leggerti, vogliono anche conoscerti. Bisogna ricordarsi che nessuno è lì ad aspettare l’uscita del libro di un’autrice sconosciuta. Ecco perché devi essere tu a urlare al mondo che esisti. E per farlo i social sono la strada più valida, anche quando l’algoritmo non sembra essere dalla tua parte. L’unico modo è perseverare ed essere originali. Fa parte del gioco, l’alternativa e che nessuno sappia di te e del tuo romanzo, quindi cosa c’è da perdere?»
Parliamo di Natale sotto copertura, la tua “fatica letteraria”: di che si tratta?
«È una rom-com a sfondo natalizio, con il classico tropo del fake dating. La trama di base è molto semplice: Natalie, ogni dicembre, è costretta a lasciare New York per volare a Londra e presenziare al gala natalizio organizzato dalla sua ricca famiglia. L’anno prima, davanti ai giornalisti, ha mentito dicendo di avere un fidanzato da far invidia. Adesso il problema è trovarlo! Per risolvere la situazione ingaggia Zac, uno chef alle prese con un debito che rischia di far chiudere il suo ristorante. Ecco che tra i due nasce un patto: Zac si fingerà il fidanzato di Natalie davanti alla sua famiglia in cambio di una cospicua somma di denaro. Che dire… se ne vedranno delle belle! La scrittura è ironica, ma questo non significa che non si affrontino anche temi più profondi. Natalie dovrà imparare ad accettare sé stessa e a fidarsi di nuovo, mentre Zac dovrà fare i conti con un passato che lo lega a credenze sbagliate. Chi lo sta leggendo ne è davvero entusiasta e io non potrei essere più felice. Sapere di entrare nelle case delle persone con questo romanzo è una gioia immensa per me».
Se dovessi dare un consiglio a chi vuole fare lo scrittore in Italia, quale sarebbe?
«Gli direi di avere pazienza e di darsi tempo. Non si diventa bravi scrittori dall’oggi al domani, c’è tanto sacrificio dietro, e bisogna essere pronti a farlo. La competizione è alta, soprattutto per noi autori italiani che dobbiamo confrontarci con le migliaia di nuove proposte che arrivano ogni anno dal mercato straniero. Poi gli direi di crederci, sempre, e di allenarsi ad avere la pelle dura perché ciò che scriverà non piacerà a tutti e non sempre riceverà parole gentili. A volte i libri non avranno il successo che ci si aspetta, a volte i risultati tarderanno ad arrivare. Emergere come scrittori oggi non è facile, ma sono sicura che il duro lavoro sia la chiave per ottenere grandi soddisfazioni».
Il racconto di Lara è quello di una crescita costruita con pazienza, studio e una forte consapevolezza del proprio ruolo di autrice-imprenditrice. Lontana dalle narrazioni idealizzate del “successo facile”, la sua esperienza restituisce un’immagine onesta e concreta del mondo editoriale contemporaneo, in cui scrivere è solo l’inizio di un percorso molto più ampio. Tra romance, autopubblicazione e comunità di lettori, la sua storia dimostra che trovare la propria voce — e difenderla — è forse il traguardo più importante per chi sceglie di raccontare storie.
