Il romanzo di Brandon Sanderson gioca con i generi e porta in scena un protagonista che finalmente risponde alla domanda più antica del mondo: quanto lontano devi scappare per fuggire da te stesso?
Non amo la fantascienza.
È un’ammissione che faccio così, di botto, ben consapevole di risultare strana alle persone di cui mi circondo quotidianamente. Se ammettete di non aver mai visto Star Wars al bar con le amiche della scuola non è grave, ma se lo fate sedute sul divano di casa Cooper insomma, a meno che non siate Penny Hofstadter potreste far fatica a uscirne vive.
La premessa era doverosa perché Sanderson è uno degli autori più amati nel panorama fantascientifico globale ma io, di lui, non avevo mai letto niente. Perciò quando mi sono accostata al Manuale del mago modesto mi rendevo perfettamente conto che avrei dovuto valutarlo indipendentemente dal suo autore, come se si trattasse di un esordiente; sembra una sciocchezza ma in realtà inquadrare un’opera nell’universo di chi l’ha scritta è spesso importante per riuscire ad apprezzarne ogni sfaccettatura.
Eppure, vi dirò: non ne ho avuto bisogno. E forse in questo sta l’effettiva grandezza di Sanderson: ha preso più generi, li ha mischiati insieme e ha dato vita a un romanzo stand alone che regge perfettamente, che appassiona non solo chi apprezza il suo genere di partenza ma anche tutti gli altri.
Il manuale del mago modesto per sopravvivere nell’Inghilterra medievale è la storia di John West, un uomo che non ha mai avuto il coraggio di dire ai suoi cosiddetti amici che detestava esser chiamato “Johnny” e che, peccando di codardia, ha fatto una serie di scelte sbagliate – una lunga serie di scelte sbagliate. A un certo punto è stato costretto a fuggire e, nel tentativo di mettere più distanza possibile tra sé e il suo mondo, ha fatto un viaggio nel tempo finendo in un Inghilterra medievale che è sì nel passato ma forse non proprio il passato per come lo state immaginando.
Approdato in un universo che non è il suo, in un Medioevo che a dire il vero non ricorda affatto quello che tutti noi abbiamo studiato nei libri di storia, John è costretto a ricominciare da zero: non ricorda il suo nome, non ricorda perché è lì, sa solo che qualcuno lo insegue e presumibilmente lo vuole morto e che tutto ciò che ha per sbrogliare la situazione è un libro, il Manuale appunto, che è esploso al momento dell’atterraggio.
Il viaggio di John è esterno ma anche interno: ogni tassello che recupera gli svela qualcosa di sé stesso e spesso le risposte che trova non sono quelle che sperava di ricevere. Il lettore non può fare a meno di empatizzare con lui, perché chi non si riconosce in questo desiderio, nell’ambizione di essere migliori di ciò che si è? Quanto è arduo accettarsi? Forse è una fatica seconda soltanto a quella di comprendere chi si sarebbe potuti essere se qualcuno, dal di fuori, non ci avesse messo indosso di volta in volta delle maschere, obbligandoci a portarle tanto a lungo che alla fine non siamo più in grado di guardarci allo specchio e riconoscerci senza.
Ed è questa, secondo me, la chiave del romanzo. John viene da un futuro fantascientifico e viaggia in un passato in cui esiste un elemento magico che affascina, ma il vero motivo per cui questa storia mi è così piaciuta è proprio lui. Il protagonista. Al di là di ogni genere letterario e di ogni epoca storica, John racconta una verità in cui mi ritrovo: quella di una persona che ha creduto per tanto tempo di essere ciò che gli altri vedevano in lei, fino al giorno in cui si è guardata allo specchio senza maschere e si è, finalmente, riconosciuta.
Un quattro stelle piene piene.
