Indimenticabile Cole in Streghe, la morte di Julian McMahon è il lutto per le figure che hanno abitato il nostro immaginario e legato il presente a un passato d’amore e magia
Esiste un tipo di lutto diverso da quello che siamo abituati a narrare: un lutto che si porta dietro una spiacevole sensazione di sofferenza che non appartiene solo al presente ma si intreccia a un passato affettivo e diventa dolore per quelle figure che hanno abitato il nostro immaginario con tanta forza da diventare familiari. È il tipo di dolore che si prova quando se ne va Julian McMahon, morto a 56 anni dopo una lunga malattia, e con lui una parte di un tempo che non tornerà più.
Attore australiano di rara intensità, noto al grande pubblico per il ruolo di Cole Turner in Streghe (Charmed) e del dottor Christian Troy in Nip/Tuck, McMahon è stato molto più di un volto televisivo. Per molti – per me – è stato uno spazio di connessione, di emozione condivisa, di incanto domestico. Guardare Streghe da bambina, seduta accanto a mia madre sul divano, era un rito. Un tempo sospeso in cui il mondo si faceva più semplice e più magico.
Cole era un demone. Ma era anche l’amore struggente di Phoebe, l’ambiguità che ci insegnava che non tutto è bianco o nero, il fascino per ciò che sfugge alle regole. Julian McMahon sapeva tenere insieme dolcezza e oscurità, sarcasmo e vulnerabilità, carisma e malinconia. E lo faceva con un’intelligenza sottile, mai ostentata.
Se Streghe lo ha reso un’icona generazionale, Nip/Tuck ha confermato il suo talento in ruoli più crudi e adulti. Il dottor Troy era un uomo cinico, egocentrico, contraddittorio, ma ancora una volta – sotto la superficie – McMahon sapeva restituire sfumature inaspettate. Una maschera che si incrinava e lasciava intravedere l’umano.
La sua morte è stata annunciata dalla moglie Kelly Paniagua con parole misurate ma strazianti: «Julian è morto serenamente, dopo un valoroso sforzo per sconfiggere il cancro. Amava la vita, la sua famiglia, i suoi amici, il suo lavoro e i suoi fan». Scelto da Hollywood, ma rimasto profondamente legato alla sua Australia, McMahon era un uomo riservato. Raramente appariva nei riflettori del gossip. E proprio per questo, quando lo incontravamo sullo schermo, sembrava ancora più vero.
Oggi, a pochi giorni dalla sua scomparsa, il dolore si è fatto corale. Alyssa Milano ha parlato di lui come di una “magia gentile”, Rose McGowan lo ha definito “geniale, divertente, intenso”. E migliaia di fan in tutto il mondo stanno condividendo ricordi, clip, fotogrammi del passato. Perché il lutto collettivo, quando è sincero, è anche un modo per restituire amore.
Per me, Julian McMahon era un simbolo dell’infanzia, della complicità con mia madre, della mia educazione sentimentale. A distanza di vent’anni mi chiedo se il vero incantesimo di Charmed, di Cole, non fosse proprio questo: la capacità di legare le persone attraverso lo schermo, attraverso gli anni, attraverso le perdite.
È difficile spiegare perché la morte di un attore ci tocchi tanto. Ma forse non serve. Basta sapere che quel volto, quella voce, quel modo di muoversi in scena hanno significato qualcosa e che continueranno a farlo.
Grazie, Julian. Per la magia. Per la malinconia. Per averci regalato, anche solo per un po’, l’illusione che l’amore potesse superare ogni inferno.
