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“E ora?” – diario semiserio di un’autrice esordiente

Ho scritto un romanzo, sono inciampata nel sistema dell’editoria “non tradizionale” e poi un colpo di fortuna mi ha rimessa in carreggiata. Ma non ho mai trovato risposta alla fatidica domanda

Non so come sia per gli altri, non ho conosciuto abbastanza autori da aver la possibilità di addentrarmi così in profondità nel territorio mistico della scrittura altrui, ma per me essere un’esordiente significa perlopiù non avere assolutamente idea di che cosa io stia facendo per l’80% del tempo.

Facciamo pure il 90.

Immagino che tutti attraversiamo, più o meno, gli stessi gironi infernali, ma come il dio del cliché comanda “il percorso è sempre soggettivo” e dunque chissà se anche gli altri esordienti hanno scomodato quanto ho fatto io il palinsesto al completo di divinità offerto dalla religione cattolica (ma non siamo razzisti qui, va benissimo tirare in mezzo qualunque Credo).

La verità è che nel momento in cui si comincia a scrivere un libro si pensa che la cosa più difficile sia quella: scriverlo. La scintilla che dà il via alla storia è brillante, eccitante ed effimera come una stella cadente: sul più bello si spegne e ti lascia a sbattere le palpebre davanti allo schermo del pc domandandoti “dove è finita quella febbre incredibile che mi ha fatto macinare 100 pagine in due giorni?”

Come l’innamoramento, il seducente fuoco della “nuova idea” passa abbastanza rapidamente: poi, nella seconda fase, c’è la costruzione di un rapporto più complesso, profondo, maturo (e qui è generalmente dove finiscono le mie relazioni personali, se stessimo parlando di questo. Ma per fortuna non è così); nella seconda fase della stesura c’è la presa di coscienza reale di ciò che i personaggi ci stanno raccontando: fino a quel momento siamo solo precipitati giù, giù, nella tana del Bianconiglio. Invece adesso bisogna lasciarsi prendere per mano e guidare nei meandri di quella fantasia, perché – per quanto riguarda me almeno – se non riesco a visualizzare nella mente come fosse un film lo svilupparsi della storia è impossibile che riesca a buttarla giù.

È un lavoro affascinante, stordente e incredibile: richiede un sacco di pazienza (che non ho) e parecchia concentrazione (che fortunatamente invece il fato mi ha donato). Richiede anche fortuna: bisogna essere abbastanza fortunati da avere il tempo, gli strumenti e la forza psicofisica di passare svariate ore al giorno davanti a uno schermo con le dita su una tastiera. Cose che in questo nostro Occidente fortunato tendiamo a dimenticare non essere scontate (anche se basterebbe guardare appena più in là del proprio naso per rendersene conto).

Ma, insomma, se tutti questi presupposti sussistono e se non ci si perde per strada, quando si arriva a mettere il punto, a scrivere la parola “fine”, si entra nella terza fase del rapporto con il proprio libro. Ormai è passato lo stadio eccitante dell’innamoramento e anche quello successivo, più instabile, della reciproca conoscenza, ciò che abbiamo davanti è una relazione profonda, basata su fondamenta indistruttibili; abbiamo dato sangue, sudore e lacrime per riuscire a mettere quel punto e siamo sicuri che il peggio – almeno in termini di fatica personale – sia passato.

E invece no.

Invece è quello il momento in cui alziamo lo sguardo e scopriamo che non abbiamo superato nemmeno la prima rampa della scalinata verso il paradiso degli scrittori. È un po’ come quando la personal trainer ti guarda in palestra e, confusa dal tuo affanno, ti dice: “ma questo era solo il riscaldamento”.

Potreste farmi notare che non si può equiparare la stesura di un romanzo da 300 pagine con un riscaldamento in palestra, nel qual caso è evidente che non conosciate la Betta. Mi riservo di tornare sull’argomento in seguito.

Il dramma vero per un autore esordiente è il momento in cui, tenendo tra le mani il plico (stampato, nel mio caso, perché finché non ho speso 70 euro per farmi stampare ogni singola pagina in cartoleria non sono riuscita ad accettare nemmeno l’idea di aver finito davvero un intero romanzo, unicamente mio), si pone la fatidica domanda: “e ora?”

Il mio “e ora” mi ha portata dapprima a iscrivermi a un torneo a cui non sono passata e poi a infilarmi nelle maglie spinose di quella realtà fantasiosa e demoniaca (per me, s’intende) che è BookaBook.

Faccio una doverosa premessa, giacché vorrei evitare di incappare in facili liti a mezzo social: questa è esclusivamente la mia esperienza. Come tale, ogni mio pensiero e ogni mio giudizio non è da intendersi assolutamente su larga scala. Non è assoluto, né si arroga il diritto di esserlo. Non sono – ahimè – abbastanza presuntuosa.

Insomma, per chi non lo sapesse BookaBook è una realtà editoriale che propone un diverso modo di arrivare alla pubblicazione, a metà strada tra una casa editrice tradizionale e una casa editrice a pagamento. La loro formula è il crowdfunding: caricano la bozza del tuo romanzo – non editato – sulla piattaforma e aprono i preordini; segue una campagna di 100 giorni in cui l’autore deve pubblicizzare il proprio romanzo per cercare di raggiungere il “goal” delle 200 copie preordinate. Se ci riesce, BookaBook stampa il romanzo e lo inserisce nel catalogo di Messaggerie Libri (attenzione: non è che il libro vada sullo scaffale in libreria, eh. Viene semplicemente inserito in catalogo, e poi le varie realtà possono decidere se inserirlo a scaffale oppure no. Disamina importante).

Ora, io ho iniziato presa benissimo. Mi sembrava fosse una buona opportunità: 200 copie non mi parevano tantissime, e anche se mi spaventava il fatto di dover fare promozione da sola (l’unico apporto della casa editrice è l’inserimento del titolo nelle loro campagne promozionali sui social, insieme ovviamente a tutta una serie di altri titoli) ero convinta di potercela fare. Sono una giornalista, ho già lavorato con il mondo editoriale, insomma, quanto poteva essere difficile?

Spoiler: è stato così difficile che ho pensato persino di assumere un’agenzia di social media management per farmi dare una mano quando ho visto che, superato il momento di entusiasmo parentale (famiglia numerosa = diverse copie vendute nei primissimi giorni), la campagna si era completamente bloccata.

Probabilmente è una strategia che può funzionare per qualcuno che ha già un ottimo seguito, content creator, influencer e similari; ma per quello che ho avuto modo di apprendere io da questa esperienza, per tutti gli altri, per un esordiente che nella vita fino a quel momento ha fatto tutt’altro, per una persona con un lavoro a tempo pieno e una conoscenza dei social più che altro da fruitrice, il crowdfunding in solitaria diventa una trappola mortale.

Dopo un mese ormai era subentrata la depressione. Per chi non lo sa, i social media manager fanno un lavoro pazzesco ma, come è ovvio e giusto che sia, il lavoro specie quello fatto bene si paga. E si paga caro. In quel momento lì io non potevo permettermi tremila euro per un progetto che non ero nemmeno sicura sarebbe andato in porto, ma non sapevo come altro muovermi e sono stata davvero sul punto di fare un piccolo debito pur di esser certa di aver tentato tutte le strade, quando è arrivata La telefonata.

Sono stata sfacciatamente fortunata. Il destino mi ha messo sulla strada la persona giusta e io mi sono fatta coraggio e le ho parlato di Shadow on Us. Ho passato il mese successivo a mangiarmi le pellicine fino al sangue (Sharon, la bravissima estetista che mi fa le unghie, non ne è stata affatto felice) ma quando poi è arrivato il responso ho scoperto che, sorpresa sorpresa, certe volte pensi di esser caduta di faccia sui binari e invece quel salto a occhi chiusi ti ha permesso di varcare le porte del treno prima che si chiudessero.

Shadow on Us si farà, dunque: ho firmato un contratto quinquennale con una casa editrice importante di cui non posso ancora rendere pubblico il nome e sto lavorando perché Daniel, Katherine, Beatriz e Richard (soprattutto Richard) arrivino a voi nella loro forma migliore, accompagnata da persone meravigliose che mi mettono così tanta voglia di scrivere che ho iniziato a imbastire un secondo volume.

Come dicevo in apertura, però, nonostante l’evidente seconde chance, non ho mai trovato risposto alla madre di tutte le domande: “e ora?”

Nel mio “e ora” c’è un licenziamento arrivato dopo cinque anni di onorato servizio come giornalista e la necessità di reinventarmi. Ho scritto per gli altri per tantissimo tempo, adesso vorrei farlo per me.

Sortileggia è un inizio.

Anche in questo caso non so cosa sto facendo per l’80% del tempo. Facciamo pure il 90. Ma l’ultima volta non è andata così male, perciò intanto saltiamo a bordo. Della meta ci preoccuperemo quando farà meno caldo.

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