Tre donne unite dal filo rosso del destino e da una lotta comune: quella per la libertà in un mondo che le vuole prigioniere di un ruolo prestabilito
Umiliate, violentate, ridotte al silenzio. Derubate della libertà, dei sogni, della possibilità di autodeterminarsi. Perseguitate, cacciate come animali feriti che trovano riparo solo nel fitto del bosco, inseguite e insultate, sminuite, aggredite. Annullate. Il destino delle donne Weyward si ripete come un’eco, si allarga come un cerchio nell’acqua ed è specchio della condizione femminile oltre il confine delle epoche storiche: la caccia alle streghe che porta Altha faccia a faccia con il rogo nel 1619; un patriarca ottuso che impedisce di studiare e obbliga al matrimonio la 16enne Violet nel 1942; un compagno violento che abusa di Kate nel 2019. Nel suo romanzo d’esordio la scrittrice anglo-australiana Emilia Hart traccia un disegno, seguendo il filo rosso che congiunge queste tre donne e le rende un riflesso di ogni donna che apra le pagine di questo libro edito da Fazi Editore e si lasci rapire dalla sua penna fluida, lucida, romantica e micidiale. Una storia che racchiude tre filoni narrativi perfettamente combinati insieme: non c’è mai un’esitazione, non si ha mai la sensazione di perdersi, tutte le domande trovano una risposta e il legame fra le tre protagoniste, chiarito solo nell’ultimo terzo del libro, appare comunque perfettamente logico, perfettamente lucido, fin dalla prima pagina. Le donne Weyward che danno il titolo alla storia sono libere, selvagge, come la natura che gli scorre dentro. Appartengono alla natura, anche se in ogni secolo gli uomini hanno fatto di tutto per metterle in gabbia. Sono donne insolite, donne forti, donne che sanno fare della loro debolezza un dono; donne che hanno un potere enorme, non perché praticano incantesimi e stregoneria ma perché tirano su la testa e lottano, ringhiano, urlano, piangono. I sentimenti che le divorano come fuoco sulla pira sono più forti delle catene che vorrebbero costringerle al buio di una cella. Hart utilizza il collegamento (che potremmo quasi definire ormai “mainstream”) tra streghe e femministe ma lo fa senza mai cadere nel banale, senza essere ripetitiva, senza annoiare, senza deludere: non per niente Weyward ha messo d’accordo pubblico e critica ed è oggi tra i libri più venduti in Inghilterra e in America. Cuore del romanzo è Kate: una giovane donna che ha subìto un lutto importante e che è finita in trappola, nella rete di un uomo che prima l’ha isolata e poi ha cominciato a usarle violenza. Prima psicologica (“tu non vali niente”, “tu non sei niente senza di me”), poi fisica: quello schiaffo seguito da una rosa, quella spinta seguita da una richiesta di perdono. E Kate ha perdonato, come speriamo sempre che non facciano le donne di cui sentiamo parlare al telegiornale, come puntualmente fanno tutte, facciamo tutte, vittime del patriarcato tanto quanto i carnefici cresciuti in una società che li protegge fino all’ultimo violento respiro. Kate ha perdonato dunque, sempre, fino al giorno in cui comprende di non poterlo fare più. Allora scappa e si rifugia in un vecchio chalet in campagna, di proprietà di una prozia che ricorda appena. Una casa su cui torreggia un albero secolare, circondata da un giardino incolto, sorvegliata dai corvi che, come famigli, non la perdono mai di vista. La prozia si chiamava Violet, e non era la prima Weyward a vivere lì. Seguendo le tracce dell’anziana proprietaria di casa Kate si trova a ripercorrere la vita della solitaria Altha: accusata di stregoneria nel Medioevo, rinchiusa nelle segrete di un castello, processata. Il motivo non deluderà e nemmeno sorprenderà. Perché la storia è sempre la stessa, che si ripete sempre uguale, anno dopo anno, donna dopo donna. Il romanzo di Emilia Hart è potente. Potente come la solidarietà. Potente come la resilienza femminile in un mondo che non è fatto per le donne insolite. Perché le donne insolite fanno paura.
