Una riunione di famiglia, una bufera di neve e un cadavere: gli ingredienti perfetti per un giallo che sorprende e appassiona. Ma attenzione: i Cunningham creano dipendenza
Gli appassionati mi capiranno: non serve essere grandi detective alla Poirot o avere la spiccata intelligenza di Sherlock Holmes, dopo anche solo una ventina di libri gialli letti è molto difficile rimanerne sorpresi. Si sviluppa un certo occhio per i dettagli, per i “punti luce” che lo scrittore dissemina qui e là tra le pagine, e spesso (e malvolentieri) giunti alla metà del romanzo si ha ben chiaro chi sia il colpevole, tanto che girando l’ultima pagina si perde un po’ quel brivido da colpo di scena che invece ci faceva strabuzzare gli occhi all’inizio della nostra “carriera”. È per questo che mi è piaciuto così tanto il nuovo giallo di casa Feltrinelli, Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno: un libro che prende ogni singolo cliché al quale il genere deve attenersi, lo impiatta in una struttura funzionante, lo inforna con una buona dose di elementi in cui chiunque può riconoscersi e lo serve in tavola con umorismo, ironia e anche con quella spolverata di sarcasmo che rende tutto più gustoso.
Le riunioni di famiglia non piacciono quasi mai a chi deve prendervi parte, ma Ernie Cunningham ha più motivi di altri per detestare la rimpatriata organizzata da zia Katherine: sua madre non gli parla, suo fratello in procinto di uscire di galera lo odia per avercelo spedito, e sua moglie… beh, di sua moglie è meglio non parlare. Ma nonostante tutto fa i bagagli e parte per lo Sky Lodge, il più alto resort di montagna dell’Australia, per trascorrere un fine settimana in compagnia di tutti i Cunningham al gran completo. Una scelta quantomeno azzardata visto che i Cunningham non sono esattamente una famiglia come le altre: tutti loro, nessuno escluso, hanno ucciso qualcuno. E che sia successo più o meno involontariamente non li rende meno pericolosi. Perciò quando sul loro resort si abbatte una bufera di neve e viene trovato il cadavere di un uomo brutalmente assassinato, Ernie capisce di essere in trappola ed è ben consapevole che spetterà a lui capire se il colpevole è uno dei suoi parenti prima che il killer colpisca ancora. O li colpisca tutti.
A raccontare la storia è proprio Ernie, che è il protagonista, il detective, lo spettatore, e sembra anche essere l’alter ego tra le pagine dell’autore, Benjamin Stevenson: tre romanzi all’attivo e una carriera di tutto rispetto come stand-up comedian in Australia. Stevenson sceglie la strada dell’onestà e trasforma il libro, proprio come oggetto fisico, in una parte importante della storia. Quello stesso volume che il lettore tiene in mano è già un indizio, una prova inconfutabile, fin dalle prime pagine, dove viene riportato il Decalogo del giallo perfetto di Ronald Knox, regole a cui l’autore – e il narratore! – promettono di attenersi (promessa che mantengono, non come i politici in campagna elettorale). Nell’introduzione Ernest giura lealtà e per provare la sua buona fede svela tutti gli omicidi di cui si leggerà in seguito e persino le pagine nelle quali verranno commessi. Insomma, il lettore viene preso per i polsi e trascinato nell’intrigo di una storia dalla quale è impossibile staccarsi, grazie a un ritmo serrato e divertente, intenso ma sempre leggero, intrigante, con personaggi numerosi che si incastrano alla perfezione tra di loro.
Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno è un giallo iconico che definirei geniale perché, vi assicuro, non importa quante storie del genere abbiate letto nella vita e non importa nemmeno se coglierete tutti gli indizi giusti: il narratore a un certo punto vi dirà persino chi è il killer ma al momento della rivelazione sarete comunque sorpresi e per la prima volta dopo tanto tempo strabuzzerete gli occhi. E se il primo colpo di scena non sarà sufficiente, con il secondo Stevenson vi conquisterà per sempre.
