In Australia una famiglia viene uccisa e il colpevole non viene trovato. Sessant’anni dopo una giovane donna riapre involontariamente il caso indagando sul passato della nonna, la donna che l’ha cresciuta: ma quale prezzo ha, dopo così tanto tempo, la verità?
Un cold case raccapricciante, il tema della maternità e lo sfondo australiano: sono questi gli ingredienti di Ritorno a casa, thriller psicologico della scrittrice australiana Kate Morton, che indaga le dinamiche del rapporto fra tre generazioni di donne egualmente unite e divise dall’esperienza della maternità e dalla ragnatela infima delle bugie che hanno tessuto e in cui sono rimaste intrappolate. La protagonista è una giovane donna di nome Jessica che nella vita fa la giornalista: vive a Londra ed è alla disperata ricerca di una storia dopo esser stata licenziata, quando riceve una telefonata che la richiama in Australia. La donna che l’ha cresciuta, sua nonna Nora, ha avuto un incidente domestico ed è in ospedale, in lotta tra la vita e la morte. Quando raggiunge Nora, Jessica scopre che la madre – Polly – non è ancora arrivata ma trova la nonna in stato confusionale: tra le frasi spezzate e senza senso che Nora pronuncia Jess coglie alcuni frammenti che, come chiavi, aprono delle porte fino a quel momento rimaste sigillate. In cerca di risposte Jessica si immerge nel passato della nonna ma più scava nella foresta di bugie e omissioni che le si è avviluppata intorno, più si rende conto che niente di ciò che credeva reale esiste veramente e che la verità sulla sua famiglia è annidata in un omicidio avvenuto quasi 60 anni prima nella cittadina da cui sua madre proviene. A Tambilla, una donna e i suoi figli erano stati misteriosamente uccisi nel giardino di casa e il colpevole non era mai stato trovato: Jessica scopre ben presto che dare risposta e giustizia a quel caso è l’unico modo per scoprire il segreto di sua nonna, quello di sua madre, e la verità su se stessa.
Il romanzo di Morton è costruito molto bene: le descrizioni sono fluide quanto vivide, lo stile narrativo è un crescendo di tensione che accompagna il lettore fino alla rivelazione finale, benché le pagine disseminate di (troppi e troppo chiari) indizi privino un po’ del vero piacere della sorpresa. Nonostante la molteplicità di temi, l’autrice non cade mai nella trappola del “troppa carne al fuoco”: la storia si dipana con armonia intorno al suo fulcro centrale, la maternità. Voluta, cercata, auspicata, odiata, temuta. Il tema del diventare madre e il rapporto che si instaura tra una madre e una figlia è indagato con delicatezza e nella penna di Morton non appare mai un senso di giudizio, nemmeno quando umanamente siamo portati a pensare che sarebbe necessario. Le donne del suo romanzo sono vere, vivide, umane, nel bene e soprattutto nel male: Jessica come Nora, benché il vero cuore della storia sia da ricercare, secondo chi scrive, nella figura di Polly. Fragile e messa da parte, Polly si muove nell’ombra finché non esplode in piena luce impedendo a chiunque di dimenticarne le fattezze da quel momento in avanti, e rappresenta tutto ciò che si fa più fatica ad accettare: Polly è la madre che ha avuto paura, quella che è stata abbandonata, quella che è stata ingannata, quella che ce l’ha fatta anche da sola; la donna forte a cui è stato fatto credere di essere debole. Tutte, almeno una volta nella vita, si sono sentite Polly. Per questo una volta chiuso il romanzo sarà lei, il personaggio più difficile da lasciar andare.
