Cantami, o Diva, del Pelide Achille e del suo amore per Patroclo: Madeline Miller rievoca due tra le figure più affascinanti dell’Iliade e dà nuova linfa vitale a una storia immortale
Agli eroi è concesso di essere felici? Secondo il giovanissimo Achille “Pelide” a cui una sempre bravissima Madeline Miller (autrice del meritamente acclamato Circe) dà nuova vita e nuova voce nel romanzo La canzone di Achille (edito Feltrinelli), la risposta è univoca: no. Il ragazzo è un semidio, vive separato da una madre che appare come un personaggio estremamente negativo (ha le sue ragioni: è stata abusata da Peleo cui gli dei avevano promesso un figlio divino) all’interno del romanzo, sotto l’egida di un padre che ne è più amico che mentore. Lo conosciamo che è poco più che un bambino: ricciolo e biondo, molto dotato ma anche incredibilmente solo, circondato di persone che si affannano a compiacerlo ma che non lo capiscono, un po’ perché non possono e un po’ perché, probabilmente, non ci provano nemmeno. L’amicizia di Achille per i coetanei è come una promessa: di gloria riflessa, di successo, di felicità. Eppure quella felicità è obiettivo troppo ambizioso persino per il destinatario di tanta invidia, concetto che gli rimane dolorosamente chiaro persino quando arriva Patroclo. Patroclo, voce narrante di questa storia nella storia che apre una porticina segreta sul poema epico che tutti conosciamo e che lascia sbirciare il lettore oltre gli scenari della guerra di Troia, oltre i duelli, oltre il sangue e le gesta epiche che sempre finiscono con la morte, per darci modo di vedere invece la delicatezza e la bellezza della gioventù, dell’amicizia, dell’amore, dell’altruismo.
Patroclo, dicevamo: principe in fuga dalla sua terra, esiliato a 9 anni per aver provocato per errore la morte di un coetaneo, orfano morale già prima di essere esule, con un padre che vedeva in lui l’eco dei propri fallimenti e una madre malata e mentalmente assente con cui non ha condiviso che brevi attimi di un’infanzia altrimenti solitaria e infelice. Quando il ragazzino approda nel regno è spaventato e ferito, solo in modo diverso da Achille, eppure abbastanza similmente da farsi strada nel suo cuore. I due bambini diventano amici e crescono insieme e quel sentimento cresce con loro, maturando e diventando qualcosa di più forte e profondo, sensuale e avvolgente. Miller restituisce al lettore in queste pagine che si leggono d’un fiato una storia d’amore spogliata di ogni morbosità che fa dimenticare con tanto garbo quanta rapidità la ben più blasonata vicenda di Elena e Paride. Achille e Patroclo sono diversi e complessi, hanno caratteri opposti e un destino spesso avverso, ma il sentimento che li unisce cresce con un’intensità tale tra le pagine che finisce per uscirne e coinvolgere il lettore fino all’inevitabile finale. Non ci sono colpi di scena nel romanzo di Madeline Miller e la storia si compie come deve compiersi: Patroclo si sacrifica per Achille, Achille non vuol più vivere senza Patroclo. La ricostruzione del mito è accurata, emerge tutta la dedizione dell’autrice per una vicenda intramontabile, ma la storia è più moderna, perché più moderni sono i personaggi, tratteggiati con una maestria tale da rendere tutto il romanzo una perfetta sinfonia di elementi in splendido accordo tra loro. Girata l’ultima pagina la risposta alla domanda posta inizialmente appare chiara, uno squarcio disarmante come un tuono nel cielo infuriato d’autunno: no, agli eroi non è concesso di essere felici. Ma il destino degli umani è poi così diverso?
