Recensioni

Il giro di vite

Una pietra miliare del genere horror perfetta per l’autunno: la storia di Miles e Flora raccontata dalla penna elegante e inquieta di Henry James ha condizionato tutti i grandi maestri del terrore

Il giro di vite è uno di quei classici che non può mancare nella libreria di un appassionato del genere horror, e a cui tuttavia un amante del genere “alla Stephen King” deve approcciarsi con cautela. Ma la stessa cautela è richiesta anche ai fanatici dei classici, perché la novella di Henry James è senz’alcun dubbio uno splendido racconto di fantasmi, ma è anche uno spartiacque che demolisce tutti i cliché tipici di questo genere. Un racconto che va contestualizzato, con una prosa ottocentesca che un po’ attrae e un po’ inquieta, ma che potrebbe deludere chi si aspetta un romanzo horror nel senso più moderno del termine. Il linguaggio elegante e ricercato, le descrizioni essenziali e l’ampio spazio lasciato ai pensieri e ai dialoghi della narratrice inseriscono Il giro di vite in una categoria a metà strada tra il gotico e il romanzo dell’orrore per come lo intendiamo noi oggi.

La storia ha due punti di vista: il racconto comincia con il primo protagonista, il signor Douglas, che la sera della vigilia di Natale, riunitosi in una residenza nella campagna londinese con alcuni amici, promette di raccontare agli astanti la storia più terrificante che gli stessi abbiano mai ascoltato. Per farlo, Douglas manda un servitore a recuperare un diario, di cui in seguito si serve per testimoniare la veridicità della storia che sta per raccontare: quella della sua vecchia governante che in gioventù fu chiamata a fare da istitutrice a due bambini orfani, Miles e Flora, nell’isolata e silenziosa dimora di Bly Manor. È con il passaggio del narratore all’istitutrice che il racconto entra nel vivo: trascinato indietro nel tempo, il lettore segue la giovane nei suoi primi passi a Bly; conosce i due bambini, intelligenti e adorabili, e viene immerso nella quiete del paesaggio. Quiete che va in frantumi quando, per la prima volta, la bambinaia vede due figure che la governante le descrive come il vecchio cameriere personale del padrone e la precedente istitutrice, morti in circostanze misteriose prima del suo arrivo. Le sensazioni che la fanno da padrone in questo racconto sono il disagio, l’apprensione, l’attesa di qualcosa di terribile che sembra prolungarsi di pagina in pagina. Il lettore è tenuto costantemente “sul chi vive”, la suspense è altissima, eppure non si arriva mai allo scoppio, al botto, alla scena che fa saltare sulla sedia o sibilare un’imprecazione.

Ciò che davvero rende speciale Il giro di vite, considerato il capolavoro di James, è che, per quanto i topos tipici delle ghost story si rincorrano da inizio a fine, rimane ben vivida nel lettore la sensazione di non aver compreso realmente cosa sia successo: cosa nel testo fosse reale e cosa invece no, e in quale misura quei segni di follia che di quando in quando (ma sempre più spesso sul finale) ha percepito nei lunghi monologhi della narratrice siano indicativi del fatto che tutto stesse accadendo unicamente nella sua testa. Si tratta di un testo precursore di un tema tipico del nostro tempo, l’essere umano solo di fronte alle sue inquietudini e alle sue paure più profonde.

In conclusione, una pietra miliare del genere horror, una lettura perfetta per il periodo autunnale, creepy abbastanza da essere consigliabile per una serata di Halloween da passare con una coperta sulle ginocchia e, possibilmente, anche una luce accesa.

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