L’incantesimo e la maledizione di Shakespeare in un romanzo sensuale e seducente che cattura fin dalle prime battute e trascina il lettore all’interno di un’atmosfera dark academia a cui non si può rimanere indifferenti
“Non è colpa della luna”, recita il titolo in italiano di questo romanzo, ma forse, in effetti, lo è. D’altronde Shakespeare stesso alzava il mento verso l’alto alla ricerca di un colpevole: “è tutta colpa della Luna, quando si avvicina troppo alla Terra fa impazzire tutti” scriveva in Otello. E Shakespeare, di questo thriller firmato M. L. Rio e edito Sperling & Kupfer, è il protagonista più importante: un coinquilino invisibile, che permea le pagine del romanzo dall’incipit alla conclusione, che è ovunque e da nessuna parte, che solleva le anime dei veri protagonisti e le maledice per sempre. È un romanzo d’esordio ma la penna di M. L. Rio è così abile nelle pennellate che dà e così sensuale, precisa, delicata e dura al contempo, che non sembra. Certo, bisogna amare Shakespeare per apprezzare davvero la magia delle 320 pagine di storia: le citazioni delle sue opere, dal Re Lear a Romeo e Giulietta, riempiono i capitoli e la vita degli attori principali, le sue tragedie e le sue passioni diventano il fil rouge che guida i protagonisti ma anche il lettore, che si appresta a mettersi comodo per guardare lo spettacolo senza rendersi conto finché il sipario non si alza che è lui stesso a essere al centro del palcoscenico.
La forza di If we were villains non è tanto nell’elemento thriller – che pure c’è, sebbene non abbia quella genialità del genere che abbiamo riscontrato per esempio nei libri di Stevenson di cui abbiamo già parlato in questa rubrica – ma nei suoi personaggi, nel rapporto che si instaura tra di loro e nella forza pressante che il Bardo esercita sulle loro vite. Protagonista centrale è Oliver Marks, che esce dal carcere dopo 10 anni: arrestato per l’omicidio di un suo compagno di college, trova ad attenderlo fuori l’uomo che gli ha messo le manette, il detective Colborne, che è pronto a posare il distintivo per sapere finalmente la verità. Perché l’arresto di Oliver non ha dato tutte le risposte al caso e per 10 anni il poliziotto è stato convinto di aver preso la persona sbagliata e di non esser mai arrivato a capire cosa davvero fosse accaduto oltre i cancelli della Dellecher, una delle più prestigiose scuole di arte drammatica degli Stati Uniti. Oliver è pronto a raccontarla, quella verità: ripercorrendo i sentieri della sua giovinezza svela a Colborne la sua storia, inestricabilmente intrecciata a quella di 6 compagni di college. Belli, giovani, ambiziosi, i 7 amici erano inseparabili, sempre divisi tra prove, performance e feste all’insegna dell’eccesso, con Shakespeare perennemente tra di loro, “come ottavo coinquilino, un amico più vecchio e più saggio, invisibile in eterno ma mai fuori dalla nostra stanza”. Finché giunti all’ultimo anno qualcosa si incrina, i ruoli nei drammi che si sono abituati a mettere in scena diventano reali e portano alla luce gelosie, invidie e rancori, che si acuiscono fino al momento in cui Richard, il più dotato ma anche il più aggressivo di tutti loro, viene trovato morto. Affascinanti se presi singolarmente ma irresistibili nei rapporti che intessono uno con l’altro, i protagonisti mettono in scena la “tempesta perfetta” e rubano il cuore al lettore, in un vortice crescente di paura, sdegno, rabbia, dolore, passione, amore che rimarca alla perfezione quel confine sottile e pericoloso che separa l’Arte dalla vita.
