Harriet è una giovane chirurga che ha sacrificato tutto ciò che aveva sull’altare del futuro brillante agognato per lei dai suoi genitori. Ma per essere felici bisogna sapersi ascoltare ed essere disposti a correre qualche rischio
Emily Henry ha un dono: sa parlare di sentimenti senza scivolare nel banale, ricostruisce scene di vita dolci, dolorose e veritiere, personaggi credibili, storie d’amore che non diventano mai stucchevoli. Le sue ambientazioni sono vivaci, pregne di vita: in Happy Place si respira senza fatica l’aria umida del Maine, si sente sotto la lingua il gusto di aragosta, nel naso l’odore acre del fumo e in qualche punto a metà strada tra stomaco e cuore si avvertono anche con chiarezza dolorosa i sentimenti dei suoi protagonisti. Harriet e Wyn – ma con loro anche tutta la straordinaria filiera di personaggi “secondari” – sono veri. Sono umani, sono imperfetti, sono imprecisi e testardi, fastidiosi nei loro difetti e qualche volta presuntuosi nella loro bellezza, che non è l’aspetto statuario dei protagonisti di una commedia ma piuttosto un ricciolo scomposto, i capelli cresciuti troppo che si increspano dietro le orecchie, le occhiaie sotto lo sguardo stanco e i calli sulle mani. Sono belli in quel modo un po’ burbero in cui sono belle le persone vere, che si alzano la mattina per andare a lavorare e che pensano sempre di non farcela ad arrivare fino a sera, eppure ci arrivano lo stesso. E sono belli per quel sentimento che scorre vivido e forte tra di loro e che si riverbera sul lettore come onde di una marea in aumento, facendo stringere lo stomaco e arricciare le dita dei piedi, formicolare i polsi e alzare gli occhi al cielo. Harriet è una specializzanda in neurochirurgia che ha fatto della sua intera vita, accademica e non, una gara di velocità per soddisfare i suoi genitori: ha una famiglia che è specchio della maggior parte delle famiglie di oggi, genitori che hanno smesso di amarsi senza saper dire quando sia accaduto, che hanno dedicato tutti i loro sforzi ai figli nella speranza di vivere attraverso di loro una sorta di “riscatto”; e lei quella pressione la sente tutta: non può deluderli, perché sa che loro hanno sacrificato i loro sogni per crescerla e lei ora glielo deve. Gli deve quel lavoro, gli deve quella qualifica che li fa gongolare scrivendo i biglietti di Natale, gli deve quello stipendio e gli deve quella vita. Poco importa che non sia felice: che a lei piacciano altre cose, che sogni altri scenari, altri futuri. Sente di non averne diritto. Wyn è cresciuto in una casa molto diversa: i suoi genitori sono stati amorevoli e attenti, presenti ma non asfissianti e si sono amati fino a che la vita l’ha reso possibile. Anche Wyn sente la pressione sociale, però: all’ombra di due sorelle “geniali” si scontra con il costante monito di non essere abbastanza; l’atleta un po’ sciocco che generalmente colpisce le persone per il suo fisico e non per la sua arguzia. Quando Harriet e Wyn si conoscono all’università l’amore tra loro non scatta fulmineo. L’attrazione fa da ponte ma il sentimento sboccia lento e delicato come frutti su alberi vergini e loro diventano prima di tutto amici, parte di un gruppo di persone che li fa sentire – in modo diverso da quanto sia mai accaduto prima – in famiglia. Crescono insieme, si innamorano, vogliono sposarsi: ma la vita si mette di mezzo e loro non hanno gli strumenti per impedirlo.
Con una scrittura fluida, evocativa e delicata, Emily Henry scrive di un amore intenso e bellissimo, quello per la persona amata ma anche per se stessi, fa commuovere, ridere e riflettere, parla di famiglia, lavoro, ambizione, amici, terapia, successi e perdite e lo fa senza mai dare niente per scontato. Un romanzo che lascia dietro di sé un sorriso e una profonda morsa di nostalgia allo stomaco, quando ci si volta indietro a guardare quel “posto felice” che sparisce oltre la curva della strada.
