Recensioni

Morte di una sirena

Un detective inatteso e una Copenhagen ingiusta e decadente, in cui l’unico modo per raccontare la verità è nasconderla dove nessuno la cercherebbe: in un libro per bambini

«Verrà raccontata, Marie. Verrà raccontata» promette Hans Christian Andersen alla fine del romanzo Morte di una sirena e se siamo noi i posteri a cui è affidata l’ardua sentenza, non possiamo che prendere atto del fatto che la sua è stata una promessa rispettata. Storico, thriller e biografia si fondono in questo libro nato dalle penne di Thomas Rydahl e A. J. Kazinski, edito in Italia da Neri Pozza, tra le cui pagine Andersen abbandona i panni di scrittore per vestire quelli di detective. Proprio lui infatti è accusato di omicidio. Sembra esser stato l’ultimo a vedere viva la vittima, una prostituta ripescata dalle acque fangose del porto: non che Andersen abbia mai goduto dei suoi servigi, ma questo paradossalmente è anche peggio; lo scrittore infatti era solito pagare la giovane Anna per ritrarla, perlopiù attraverso ritagli di carta. Ma in una società come quella di metà ‘800, tutto ciò che risulta “eccentrico” è malvisto, e solo un pazzo omicida potrebbe mai pagare una prostituta senza consumare con lei un rapporto sessuale. A puntare per prima il dito contro di lui è la sorella della vittima, Molly, e il poliziotto incaricato del caso dà ad Andersen un ultimatum: ha tre giorni per trovare il vero assassino, altrimenti verrà giudicato colpevole. Così inizia la folle corsa dello scrittore tra i vicoli di una Copenhagen dilaniata da contrasti profondi, in compagnia di Molly e della bambina rimasta orfana di Anna, Marie: in gioco non c’è solo la vita di Hans Christian ma l’intera coscienza di un Paese che ha sete di giustizia, imprigionato in maglie soffocanti di pregiudizi e omertà. 

Se dovessi descrivere questo romanzo con un solo aggettivo, sceglierei “disturbante”. È una storia che spiazza, non solo per i suoi contenuti ma anche per il tipo di linguaggio scelto per raccontarli. I toni sono cupi e le descrizioni eccessivamente crude e meticolose, tanto da  rallentare una narrazione che vorrebbe essere veloce per tenere alto l’hype del lettore. I colpi di scena sono molteplici e non sempre ben giustificati: tre giorni sono pochi per tutto ciò che capita alla coppia di bizzarri investigatori, ma sicuramente gli autori riescono a trasmettere molto bene l’ansia, la disillusione, l’indignazione e l’ingiustizia che i protagonisti, ciascuno a modo loro, subiscono di pagina in pagina. Il filo conduttore del romanzo è l’umanità: quella ridotta all’osso, spogliata di ogni lucidità e valore morale, spinta alle soglie della follia. E ciò che muove tutto è il desiderio di cambiare la propria storia, la propria vita, ottenere ciò che si vuole ma non solo, diventare ciò che si desidera essere, al di là delle etichette imposte da una società sterile ai cambiamenti. È impossibile non provare compassione per i personaggi che si muovono tra le righe del romanzo: per Andersen, prima di tutto, ma anche per le sorelle prostitute, per la piccola Marie, e infine per l’inaspettato killer, l’antagonista, il nemico insospettabile su cui si chiude il sipario della storia. 

Morte di una sirena non è un romanzo storico, ma si inserisce in uno dei “vuoti” che la biografia ufficiale di Andersen lascia. Una storia di fantasia che, seppur non convinca in tutte le sue parti, si chiude con un messaggio importante: c’è sempre un modo per raccontare la verità, bisogna solo essere disposti a trovarlo.

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