La vera storia delle vittime dimenticate di Jack lo Squartatore
Londra, 1888. L’Inghilterra vive un periodo di grande crescita e fermento. Sul trono c’è la regina Vittoria che l’anno prima ha festeggiato il suo Giubileo d’oro: puritana e tradizionalista, la sovrana è il simbolo della potenza imperiale britannica. Ma dove brilla intensa la luce, le ombre sono più dense. Londra vive di tabù e contraddizioni: allo sfarzo delle classi più ricche fa da contraltare l’assoluta indigenza dei più poveri, c’è un altissimo tasso di sfruttamento minorile e il boom economico porta le donne nei campi e nelle fabbriche. Le condizioni a cui sono sottoposte sono peggiori di quelle di chiunque altro: la donna è una figura debole, non ha nessuna indipendenza, il bagaglio culturale di cui può disporre è volutamente limitato. La società la vuole angelica, modesta, pudica, incapace di commettere qualsivoglia atto trasgressivo. Pertanto qualunque peccato commetta un uomo, è la donna a portarne il peso del giudizio morale.
Pochi anni prima, nel 1864, era stato redatto il Contagious Disease Act, che permetteva alle guardie di prelevare dalla strada le donne sospettate di prostituzione e obbligarle a sottoporsi alla visita forzata dei genitali. Un’umiliazione a cui le donne non potevano sfuggire: chi si rifiutava rischiava la prigione. Tuttavia, molte di quelle che vivevano per strada non erano prostitute: si trattava perlopiù di donne ripudiate dai mariti che tentavano di sopravvivere e vedevano la loro reputazione definitivamente danneggiata dopo essere finite nelle grinfie dell’autorità.
C’è un quartiere, a Londra, che in quell’autunno del terrore 1888 diventa simbolo perfetto delle contraddizioni del regno: Whitechapel. Sorge sulla riva nord del Tamigi, a pochi passi dalla City, ma è una zona di degrado: vicoli sporchi, corti interne malfamate frequentate da barboni e criminali. È in questo clima surreale che cinque donne vengono uccise da quello che passerà alla storia come Jack lo Squartatore. Cinque vittime che sono state figlie, mogli, madri, sorelle e amiche, ma che la Storia ha relegato a un unico ruolo: puttane. All’epoca degli omicidi infatti, la convinzione che l’assassino se la prendesse con le prostitute rafforzò il codice morale su ciò che era giusto o sbagliato.
Hallie Rubenhold ci racconta in questo libro l’Inghilterra di fine ‘800: non la Londra sfavillante della Corte ma la città degli strati più emarginati della società, quella nella quale si muovono Mary Ann Nichols, Annie Chapman, Elisabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly. Donne con una storia e una vita, che la narrazione ipocrita, moralista e sessista dell’età Vittoriana ha relegato al ruolo di prostitute e a cui Rubenhold restituisce voce e dignità. Non si tratta di un romanzo ma di un saggio storico, completo di una bibliografia ampia e dettagliata, che rimette le vittime al centro della storia ricostruendo per il lettore la loro vita e restituendoci così uno spaccato doloroso e reale dell’Inghilterra di fine ‘800.
È una lettura interessante e potente che lascia il lettore davanti a una domanda inespressa, difficile da digerire: perché ricordiamo il nome dell’assassino ma non quello delle sue vittime? Perché abbiamo paura delle streghe e non di coloro che le bruciarono sul rogo?
