Una caffetteria incantata in una Tokyo misteriosa in cui è possibile viaggiare nel tempo. Ma non sempre le risposte che cerchiamo sono quelle di cui abbiamo bisogno
Gennaio, il mese dei nuovi inizi e dei buoni propositi, il mese del futuro, reale e immaginario: ed è straordinario come proprio pensare al futuro riporti quasi sempre la mente dell’essere umano al passato. Per questo motivo Finché il caffè è caldo, romanzo d’esordio di Toshikazu Kawaguchi, è il libro perfetto per cominciare l’anno.
A Tokyo girano curiose leggende sulla caffetteria che permette di viaggiare nel tempo: in un locale aperto da più di 100 anni, in cui fanno bella mostra di sé sulla parete orologi che segnano l’ora di varie parti del mondo, c’è un tavolino a cui è seduta sempre la stessa elegante signora con un abito bianco, intenta a leggere sempre lo stesso libro; quando si alza, è allora che scatta la magia: chiunque sia abbastanza veloce da sedersi sulla sua sedia, può chiedere un caffè che, una volta versato, permette di viaggiare nel tempo e rivivere un singolo momento, incontrare una persona perduta, riferire un messaggio, confessare una verità, rimediare a una scelta sbagliata. Almeno in parte. Perché esistono alcune regole nella caffetteria delle possibilità: non bisogna lasciare che il caffè si raffreddi e occorre ricordare che qualunque cosa si farà nel passato non si potrà cambiare il presente. E allora nella caffetteria si incrociano le storie di tante persone diverse: dalla donna che ha perso l’uomo che amava, alla giovane che fa appello a tutte le sue forze per realizzare il suo desiderio più grande. Finché il caffè è caldo è un romanzo che nasce dall’unione di tante storie diverse, un racconto che si sviluppa lento come il caffè in una vecchia moka, e che di caffè profuma; è un libro che fa pensare a vetri appannati e sciarpe morbide, a dita infreddolite strette intorno a una tazza bollente e a maglioni a collo alto. Un libro che richiama quella sensazione di dolce nostalgia che ci accompagna alla fine delle feste, quando le luci e i suoni del Natale sono ormai lontani. Un romanzo che è una coccola, ma che per essere apprezzato fino in fondo ha bisogno di essere contestualizzato. Bisogna prenderlo per quello che è, accettare che sia frutto di una cultura per certi versi molto diversa da quella a cui siamo abituati, e ascoltarlo con pazienza lasciandosi cullare dalla lentezza della sua narrazione. Non è un libro da colpi di scena o da cardiopalma, non è un drammatico romanzo familiare, e benché abbia elementi appartenenti a ciascuno di questi generi non ne rispecchia perfettamente alcuno, non può essere incasellato. È un libro che celebra la vita, fatta di ricordi, rimpianti, scelte sbagliate e momenti perduti, di cose belle e di cose brutte; una vita che, come il caffè, va assaporata lentamente.
Kawaguchi celebra l’importanza di ogni momento, ed è questo l’unico buon proposito che bisognerebbe scrivere a caratteri cubitali sulla prima pagina della propria agenda e tenere a mente; molto più dei chili da perdere e dei libri da finire, della palestra in cui tornare e dei risparmi da conservare, per il nuovo anno bisognerebbe impegnarsi a non perdere tempo e a celebrare ogni istante, a esporsi, a rischiare, per godersi ogni passo mosso su questa lunga strada che è la vita, una linea retta che può essere percorsa in una sola direzione, perché tornare indietro non è mai possibile.
