Un weekend al lago, quattro ragazzi innamorati, un epilogo terribile
Ci sono luoghi in questo mondo che hanno un’atmosfera difficile tanto da spiegare quanto da dissipare. Un intero filone di narrativa ci ha provato: ma il mistero di casa Marsten, di Hill House, dell’intera cittadina di Derry, possono sì aiutarci a dare un nome alle sensazioni che ci attanagliano in certi luoghi ma non possono darci una spiegazione sul “perché” questi fenomeni si verifichino. Quantomeno, non possono darci una spiegazione razionale. La letteratura d’altronde ha tanti pregi ma nemmeno un romanzo ben scritto può fare miracoli.
In Finlandia esiste uno di questi luoghi misteriosi e incantati, su cui aleggia quell’aura di pericolo e di infima bellezza che fa rizzare i peli sul corpo e spaventa tanto quanto incanta. È un luogo non lontano dalla città di Espoo, a un paio di chilometri da Helsinki: una zona bellissima da un punto di vista paesaggistico, con le acque fredde e cristalline del lago Bodom che sfiorano le sponde incontaminate, dove gli alberi svettano alti nel cielo e le ombre si annidano fitte, proteggendo ogni loro segreto. Un luogo da cartolina se vogliamo, che ci si ferma a fotografare, ma non senza provare un brivido involontario mentre si cammina su quel terreno coperto di foglie. E intriso di sangue.
Lungo la sponda meridionale del lago Bodom c’è una piccola penisola, Oittaa, che sorge vicina a un’area di campeggio, sulla spiaggia sabbiosa. Nonostante il camping a poca distanza, non è raro che le coppiette vengano a piantare le tende qui per trascorrere una notte romantica, lontane dagli altri campeggiatori e dagli occhi indiscreti dei curiosi. È così anche per quattro ragazzi che il 4 giugno del 1960 lasciano cadere gli zaini sul terreno scaldato dal sole di Oittaa e montano una tenda. Sono Nils Wilhelm Gustafsson e Seppo Antero Boisman, diciottenni, e insieme a loro ci sono le rispettive fidanzate, di qualche anno più piccole: Anja Tuulikki Mäki e Maila Irmeli Björklund, entrambe quindicenni. Le ore del sabato passano liete: i ragazzi vanno a comprare una limonata al chiosco che sorge poco lontano, fanno il bagno nel lago, vanno a pesca, sistemano i sacchi a pelo e si preparano per la notte. Tutto sembra idilliaco come il paesaggio intorno a loro: ma quando il sole cala e le ombre si allungano, l’atmosfera cambia.
In seguito si diranno moltissime cose. Il figlio quattordicenne di un pescatore locale racconterà di aver visto un giovane dalla pelle chiarissima aggirarsi a cinquanta metri dalla tenda dei ragazzi; due uomini impegnati nel birdwatching giureranno di aver visto quella stessa tenda collassare su sé stessa intorno alle sei del mattino e un uomo dai capelli biondi allontanarsi indisturbato; si ipotizzerà che l’ex fidanzato della giovane Maila, folle di gelosia e di una passione malata, abbia raggiunto la ragazza e i suoi amici durante una licenza dal servizio di leva. Verrà ipotizzato che il proprietario del chiosco di limonate, Karl Valdemar Gyllstrom, noto per il suo brutto carattere e per la sua avversione verso i campeggiatori, abbia avuto un ruolo nella tragedia: Gyllstrom era stato spesso accusato di tagliare i tiranti delle tende dei campeggiatori “abusivi” e il giorno prima era stato visto litigare coi quattro ragazzi. Per 64 anni verranno avanzate le ipotesi più diverse: verranno seguite le piste più probabili e quelle più strane, coincidenze impossibili e drammi umani si uniranno come anelli in una catena arrugginita che, da qualunque punto la si prenda, porta sempre nello stesso luogo: sul fondo di quel lago. Perché né il proprietario del chiosco, né il 24enne che nel 1969 si assumerà in carcere la responsabilità del fatto, né la spia della Germania dell’Est che nel 2003 verrà accusata del delitto, saranno mai condannati. Come se il brutale plurimo omicidio che i primi raggi del sole rivelarono la mattina del 5 giugno 1960 non fosse mai stato commesso.

L’orrore destinato a rimanere senza risposta per più di 60 anni fu svelato da un carpentiere che durante il suo giro di jogging si imbatté nella tenda, collassata su sé stessa. Qualcosa nella scena lo intimorì e Esko Oiva Johansson si avvicinò, facendo così la macabra scoperta: le corde di sostegno erano state tagliate di netto e sotto il tessuto impregnato di sangue giacevano i corpi massacrati di Anja e Seppo. Sopra la tenda venne ritrovata Maila: su di lei l’assassino si era accanito più che sugli altri. La ragazzina era nuda, era stata colpita con 15 coltellate e aveva gravi fratture al cranio, inferte con un corpo contundente (forse un tubo di ferro) che non sarebbe mai stato ritrovato. Il suo fidanzato, Nils, era vicino a lei, incredibilmente ancora vivo: aveva una grave commozione cerebrale e la mascella rotta, un taglio sulla guancia così profondo da rendere visibile la dentatura, lesioni troppo gravi per pensare che potesse essersele fatte da solo, e questo sarebbe risultato in seguito fondamentale. Le forze dell’ordine non sigillarono subito la scena del crimine e quei primi, grotteschi momenti furono purtroppo fatali: le armi del delitto non vennero trovate, si ipotizzò che potessero essere state gettate nelle acque del lago; le chiavi delle moto delle vittime erano scomparse ma i mezzi erano ancora lì. Non fu possibile trovare i portafogli ma gli scarponi di Nils invece vennero recuperati, nascosti in un cespuglio lì vicino. Uno degli elementi più inquietanti fu il ritrovamento di una federa, che presentava tracce sia di sangue sia di liquido seminale, non appartenente però a nessuno dei due ragazzi. La federa non venne conservata: dopo esser stata esaminata venne restituita alle famiglie delle vittime. Un errore dilettantistico se vogliamo: nonostante il progredire della scienza è impossibile fare ulteriori rilevamenti, nuove analisi. I detective stabilirono grazie alla Scientifica che il delitto doveva essere avvenuto tra le quattro e le sei del mattino e vennero condotti innumerevoli interrogatori, che portarono però a un nulla di fatto. Il già citato gestore del chiosco aveva un alibi di ferro grazie alla moglie; l’ex fidanzato di Maila era fuori città e poteva dimostrarlo, troppo lontano per poter essere l’autore dell’omicidio; e Nils, che si riprese abbastanza da poter essere sottoposto a interrogatorio, aveva subito un trauma così grave da avere un’amnesia e non ricordare nulla di quella notte. Verrà sospettato anche lui e accusato, nel 2004: l’accanimento dell’assassino sulla sua fidanzata, Maila, farà supporre un delitto passionale e si ipotizzerà che Nils potesse averla aggredita in qualche modo provocando la reazione di Seppo e un “raptus” di follia omicida. In realtà il caso cadrà molto rapidamente: i giudici dichiareranno nell’arco di un anno l’innocenza di Nils spiegando che sarebbe stato impossibile con quelle ferite avere la lucidità di gettare le armi del delitto e far sparire gli oggetti personali delle vittime. Il ragazzo otterrà anche un risarcimento per danni morali dallo Stato. E gli altri sospettati? Il proprietario del chiosco nel 1969 dichiarò di essere colpevole e di aver seppellito le armi nel proprio giardino: poco dopo venne trovato morto nel lago, affogato. Non si arrivò mai a stabilire se si fosse trattato di omicidio o di suicidio ma nel suo giardino non venne mai rinvenuto alcunché. La stessa sorte toccò al galeotto che sempre nel ‘69 dichiarò di aver commesso l’omicidio. Ma all’epoca dei fatti Pentti Soininen aveva 15 anni e l’età non convinse i giudici. Venne comunque fissato un interrogatorio ma poco prima di poterlo sostenere, Soininen venne trovato morto nella sua cella. Si parlerà di suicidio.
Il massacro del lago Bodom è diventato la trama di un horror movie che ha avuto un discreto successo nel 2016. Non sorprende: se non fossero fatti reali si penserebbe a uno splatter rilasciato per Halloween nelle sale cinematografiche. Invece, quattro vite sono state spezzate davvero su quel lago, quella notte. E per 60 anni chiunque abbia provato a sollevare il velo su quanto accaduto è stato toccato dalle fredde dita della morte.
Originariamente riprodotto su Il Mondo Rivista
