Dopo il ballo di San Valentino Jesse e Patricia spariscono nel nulla: vengono trovati morti 10 giorni più tardi
Quest’anno il 14 febbraio, giorno di San Valentino, è caduto nel weekend. Una bella scusa per tutti: innamorati e non, accompagnati e non, fan del giorno “più romantico dell’anno” e detrattori. Perché è una giustificazione per fare qualcosa di diverso, qualcosa di sfizioso, intraprendere un viaggio o anche solo una breve gita fuori porta, una giustificazione che, diciamolo, viene sempre bene. Venerdì è probabilmente il giorno più felice della settimana, retaggio della scuola, promessa di un fine settimana in cui forse ci sentiremo meno sopraffatti dagli impegni del quotidiano; e San Valentino non è forse anch’esso una promessa? Promessa di amore, di piacere, di divertimento. Quando le due cose si incontrano possono dare vita a qualcosa di magico. Ma cosa succede invece se quella promessa non solo non viene realizzata, ma addirittura disattesa? Non amiamo pensare a ciò che ci spaventa quando siamo felici, non vogliamo guardare nell’ombra quando il sole è al culmine, ma questo non significa che mentre noi siamo impegnati a tenere la fronte ben rivolta verso la luce non sia l’ombra stessa, a guardare noi.
Anche nel 1971 il 14 febbraio cadeva nel weekend: domenica, in verità, giorno inglorioso per i festeggiamenti; e allora perché non anticipare la festa al venerdì? Devono averlo pensato anche Jesse McBane e la sua fidanzata, la 20enne Patricia Mann.
McBane, 19 anni, era quello che oggi verrebbe definito il “Golden Boy” della North Carolina State University. Brillante, popolare, atletico, era stato votato proprio quell’anno come lo studente con “maggior probabilità di successo nella vita”. Mann dal suo canto era altrettanto promettente: bella e intelligente, studiava infermieristica con risultati eccellenti. Facevano coppia fissa dai tempi del liceo, due amanti da film anni 2000, splendenti e pieni di vita. Quell’anno avevano deciso di festeggiare San Valentino prendendo parte al ballo del Watts Hospital di Durham (dove Patricia stava svolgendo il tirocinio) che si teneva il 12 sera: perché era venerdì. E venerdì è promessa di divertimento e svago, ricordate? Sarebbe andata diversamente se fosse stato un altro periodo dell’anno? Forse non lo sapremo mai. Possiamo perderci in congetture ma quello che rimane quando l’ombra ha ormai preso il sopravvento e coperto la luce è solo ciò che abbiamo alla prova dei fatti. Jesse e Patricia andarono alla festa, ballarono, probabilmente videro realizzata quella promessa di festa e amore annidata in quel weekend di bigliettini, cioccolato e romanticismo; e poi lasciarono l’ospedale per ritagliarsi un momento solo per loro, in una zona isolata su Wayside Place. Al Watts Hospital, Mann aveva il coprifuoco: doveva essere di nuovo in dormitorio entro l’una del mattino. Ma quando il sole si affacciò sulla Carolina del Nord i due ragazzi non erano ancora rientrati. Venne dato l’allarme: le famiglie sporsero denuncia, i colleghi di dormitorio di Patricia si attivarono per cercarla, ma i due giovani innamorati sembravano essere spariti nel nulla. Il 16 di febbraio, quattro giorni dopo, venne ritrovata la loro auto: era chiusa, vuota, le impronte digitali erano state cancellate. Un pessimo segnale: le uniche cose che furono ritrovate sui sedili furono due cappotti e i collant di Patricia, accuratamente ripiegati.
Ci volle il 24 di febbraio perché il mistero venisse risolto. Un perito che stava facendo dei rilievi in una zona boscosa all’interno della Duke Forest fece una macabra scoperta: due cadaveri legati a un albero, coperti da foglie e detriti. I gusci ormai vuoti di Jesse e Patricia.
Venne fuori che i due ragazzi erano stati torturati per diverso tempo: strangolati con delle corde, ripetutamente strette e poi allentate intorno al collo; le scarpe, coperte di fango, rivelarono che avevano resistito per diverso tempo prima di morire per asfissia. Ai loro corpi, post mortem, erano state inferte delle coltellate al petto e l’autopsia rivelò che Jesse aveva ricevuto un colpo talmente forte al fegato da romperlo.
Le indagini furono caotiche e coinvolsero diverse agenzie: l’ufficio dello sceriffo della contea di Orange, ma anche quello di Durham, il North Carolina State Bureau of Investigation e il North Carolina Department of Motor Vehicles; i vari apparati dello Stato però condussero indagini parallele non sinergiche e la mancata collaborazione tra gli agenti impegnati sul caso produsse un vuoto significativo in quelle prime ore da dopo il ritrovamento. Venne coinvolto anche un famoso psicologo criminale di New York, il dottor James Brussel, perché creasse un profilo dell’assassino. Ma benché tutti gli esperti concordassero sul fatto che gli omicidi erano stati accuratamente pianificati e che il killer (o i killer, il dubbio che si trattasse di più di una persona era reale) avesse incontrato Mann e McBane prima di quella sera e conoscesse bene il luogo del delitto, tutte le piste condussero a un nulla di fatto.
Un anno dopo un’altra coppia fu attaccata da uno sconosciuto nella Duke Forest: in questo caso però l’uomo lottò contro il suo aggressore e, benché ferito, riuscì a scappare e a far fuggire anche la compagna. L’omicida nuovamente scappò alle maglie della giustizia e a nulla servì che in questo caso fosse stato tracciato anche uno schizzo del profilo del sospettato.
Lo abbiamo visto altre volte: più il tempo passa più risalire alla verità è difficile, perché quando si spengono i riflettori su una vicenda che ha fatto inorridire l’opinione pubblica l’ombra si fa più fitta. E nell’ombra è più difficile vedere il sangue. Ci furono due scossoni nel caso tuttora irrisolto del San Valentino di sangue: nel 1995 una telefonata anonima confessò gli omicidi alle famiglie di Mann e McBane. Si scoprì che la chiamata era partita da un punto a un miglio di distanza dal luogo in cui la coppia era stata trovata morta ma non si riuscì a risalire all’identità del chiamante. Nel 2018 invece il maggiore Tim Horne dell’ufficio dello sceriffo della contea di Orange, che aveva rinvenuto nuove prove qualche anno prima e aveva fatto riaprire il caso, accettò di sottoporre tutto il fascicolo allo scrittore e regista Eryk Pruitt e al giornalista Drew Adamek che collaboravano per pubblicare il podcast The long Dance, incentrato sulle vite delle due vittime. Rianalizzando tutte le prove e le linee temporali vennero fuori i “buchi” delle indagini e venne individuato un sospettato che fino a quel momento era stato ignorato: un medico che all’epoca degli omicidi lavorava al Watts Hospital e la cui identità non è ancora stata resa nota. Il maggiore Horne ha dichiarato di averlo contattato e di avergli chiesto di presentarsi per la prova del DNA, ma l’avvocato del dottore ha fatto sapere che il suo cliente “si rifiutava di sottoporsi al test”.
Su cosa sia accaduto nella Duke Forest insomma, aleggia ancora il mistero 54 anni dopo. E intanto un altro San Valentino è sorto e tramontato con il sole tra i suoi alberi fitti, promessa di amore per alcuni, di ricordi violenti per altri. Una dicotomia che non transige. Una dicotomia che spezza il cuore.
Originariamente riprodotto su Il Mondo Rivista
