Una giovane donna lascia la California per trasferirsi in Alaska e iniziare una nuova vita, ma scompare misteriosamente
Se ci si ferma a riflettere sulle potenziali conseguenze di ogni più piccola scelta che si compie nel quotidiano il rischio è quello di rimanere bloccati in un vortice di ansia e panico tanto pericoloso quanto il cambiamento che si temeva in principio. Ogni incrocio è un rischio potenziale eppure non ci si può esimere dal fare una scelta, sperando sempre che sia quella corretta, quantomeno sulle lunghe distanze. Vivere, in fondo, è questo, decidere da che parte svoltare e affrontare ciò che si nasconde dietro quella curva: a volte una pentola d’oro e un arcobaleno, più spesso solo un altro bivio; e qualche volta, svoltato l’angolo, ci troviamo di fronte a un mostro che non siamo pronti ad affrontare.
Erin Marie Gilbert aveva 24 anni quando lasciò la California per trasferirsi a vivere in Alaska dalla sorella Stephanie, nella base aerea di Elmendorf. Un cambiamento enorme, che dava inizio a una nuova storia. Ma non era la prima volta che Erin cambiava Stato: era nata a Everett, Washington, il 4 maggio del 1971 e dopo il diploma aveva lasciato la casa di famiglia per andare a studiare a San Francisco. Era una studentessa modello: aveva una media altissima, eccelleva negli sport, era vivace e gentile, sempre pronta a divertirsi, ma non aveva mai dato un problema alla sua famiglia che accolse con favore la decisione della ragazza di andare a stare dalla sorella. Aveva grandi sogni, Erin. Voleva studiare cosmetologia, era un’aspirante scrittrice, e nell’attesa di capire cosa fare del suo futuro per non pesare sulla famiglia della sorella Stephanie aveva trovato un lavoro part-time come tata. Anchorage, in Alaska, con i suoi sentieri incantevoli e i suoi ghiacciai, era molto diversa da San Francisco: ma a volte un cambio di paesaggio è tutto ciò che occorre. Doveva pensarlo anche Erin, mentre andava alla scoperta della sua nuova casa. Anchorage è la città più artistica dell’intera Alaska, quella in cui vengono organizzati più festival con ospiti tanto nazionali quanto internazionali, eventi che hanno un’attrattiva ancora maggiore su una ragazza come la giovane Gilbert. Era la fine di giugno del 1995 e Erin era in città da ormai quasi un anno quando conobbe Dave Combs, durante una serata al Chilkoot Charlies, bar piuttosto popolare da quelle parti, oggi conosciuto come Koot’s. Secondo Travel Advisor si tratta di un “mega bar e nightclub” che offre serate “tipicamente alaskane” impossibili da trovare “da nessun’altra parte”. I due ragazzi fecero amicizia in fretta ed entro la fine della serata Dave riuscì a strappare un appuntamento a Erin. Fissarono la data: 1° luglio 1995. Nessuno poteva sapere che quello sarebbe stato anche l’ultimo giorno in cui Erin Gilbert sarebbe stata vista viva.

L’idea di Erin e Dave era di andare alla Girdwood Forest Fair, evento annuale che viene organizzato ancora oggi nella località turistica di Girdwood – da cui il nome – circa 36 miglia a Sud di Anchorage. Non era un viaggio lungo: Combs andò a prendere Erin a casa intorno alle 16. Stephanie, la sorella della ragazza, in seguito ricorderà che sua figlia, all’epoca quattrenne, pregò la giovane zia di portare con sé un cellulare. Naturalmente all’epoca le cose erano molto diverse da oggi: i telefoni non erano come gli smartphone che tenete in tasca proprio ora, mentre state leggendo, si trattava di mattonelle enormi davvero scomode da portare in giro e non c’era l’abitudine di averne uno con sé, era una cosa nuova, che spesso si divideva in famiglia, era difficile che ciascuno avesse il proprio. Erin probabilmente rise alla richiesta della bambina: declinò la proposta, baciò i suoi cari, e raggiunse Dave per dirigersi con lui verso il festival di Girdwood.
Nessuno la vide più viva.
Tutto ciò che si sa di quella notte dipende unicamente dai racconti di Dave Combs. La giovane coppia arrivò effettivamente al festival e ci rimase un paio d’ore; intorno alle 18, quando tornarono alla macchina, scoprirono che non partiva: il ragazzo aveva dimenticato le luci accese e la batteria era andata. Combs, come avrebbe spiegato in seguito, disse a Erin di rimanere in auto: sarebbe andato a chiedere aiuto a un amico che abitava lì vicino. Quando tornò con i cavi di avviamento, però, la ragazza era scomparsa: riuscì a mettere in moto e tornò alla fiera a cercarla ma senza risultato. La cercò fino all’una di notte, dopodiché alle 7 del mattino dopo chiamò Stephanie e le chiese se la sorella fosse per caso tornata a casa da sola. Fu così che la famiglia Gilbert scoprì della scomparsa di Erin.
Oggi Stephanie Gilbert Juarez non vive più in Alaska, ma non ha mai smesso di cercare sua sorella. Insieme alla sua famiglia ha aperto una pagina Facebook e continua a chiedere aiuto: “penso che qualcuno sappia qualcosa. È impossibile che una persona scompaia così, nel nulla”, scrive. Eppure sono passati 28 anni da quando Erin è stata vista l’ultima volta e la polizia non è più vicina a trovarla di quanto lo fosse allora; nonostante l’allarme dato da Juarez, le indagini partirono in ritardo: Erin era adulta, era scomparsa da poco, ci volle un po’ perché la sorte della ragazza cominciasse davvero a impensierire le autorità. Interrogato, Dave Combs continuò a raccontare sempre la stessa versione, nonostante Stephanie Gilbert lo avesse accusato più di una volta di apparire totalmente indifferente all’accaduto; la cronologia dei suoi spostamenti mostrava delle incongruenze, ma non c’erano altri testimoni e in assenza di altre versioni la sua venne presa per buona fin da subito. Non c’erano prove che suggerissero un’aggressione, non c’era movente: Combs collaborò con gli investigatori durante la prima fase delle indagini poi però interruppe le comunicazioni e rifiutò di fare il test del poligrafo. Tuttavia ha sempre mantenuto la fedina penale pulita ed è rimasto a vivere in zona: abita ancora lì, e ha continuato a dichiararsi del tutto estraneo ai fatti di quella notte. Quali fatti, non si è arrivati a capirlo: Erin era una giovane atleta, è difficile pensare che sia stata sopraffatta con facilità, senza reagire e senza lasciare segni di colluttazione almeno sul luogo della scomparsa, ma non c’è nemmeno motivo di pensare che la giovane si sia allontanata dalla famiglia volontariamente. Una famiglia che ancora dopo 30 anni continua a cercarla. Le teorie sulla sua scomparsa sono varie, quasi tutte ruotano intorno alla figura di Dave: persona sbagliata al momento sbagliato, secondo la giustizia, e a questa ci si attiene come è giusto fare. Ma l’enigma è sconcertante: chi ha incontrato Erin quella sera? Ha seguito qualcuno, forse un amico? È stata aggredita alle spalle e messa fuori gioco prima che potesse provare a difendersi? È scappata? E in questo caso da chi, e dove? Ha avuto un incidente? Ed è possibile che in trent’anni non siano state trovate prove sui sentieri battuti e ribattuti che possano dimostrarlo?
È tanto spaventoso quanto inquietante pensare che c’è una famiglia che forse non avrà mai una risposta sulle sorti di un suo componente così amato. È ugualmente spaventoso e inquietante pensare che ci sono domande destinate a rimanere tali in eterno. Non sapremo mai cosa ha davvero provato Erin Gilbert quando ha scelto di lasciare la California per trasferirsi in Alaska. Non sapremo mai nemmeno cosa ha effettivamente trovato nella curva dopo il suo bivio. Quello che sappiamo è che qualcosa ha ringhiato quella notte, da qualche parte, tra i ghiacciai. E le fauci del destino si sono chiuse su una ragazza che non è mai più tornata a casa.
Originariamente riprodotto su Il Mondo Rivista
