Interviste

La Corona può ancora vincere

Antonio Caprarica ci racconta il suo nuovo saggio, “La fine dell’Inghilterra”: un Paese in crisi, un tessuto sociale in rapido cambiamento e una Corona che, con la morte di Elisabetta II, sembra aver perso tutta la sua stabilità

Antonio Caprarica, neovincitore del 40esimo Premio “Gianni Granzotto”, conferito a personalità che “si siano distinte per correttezza e professionalità nell’ambito dell’informazione”, è il massimo esperto di società e politica inglese in Italia. Il giornalista e saggista, appena tornato sugli scaffali delle librerie con il suo saggio “La fine dell’Inghilterra“, ritirerà il riconoscimento sabato 28 settembre a Ferrara, al Teatro Comunale Claudio Abbado. In una lunga chiacchierata con Il Mondo SMCE ha raccontato i temi del suo nuovo libro, con cui ripercorre i momenti salienti della storia inglese degli ultimi decenni analizzando con lucidità e la consueta ironia tutti quei bivi, tutte quelle svolte, che hanno portato il Regno dall’essere una delle potenze più forti del Mondo alla crisi che oggi sembra così difficile da affrontare. Una crisi che interessa non solo la società e la politica, ma anche la Corona. Una Corona “attaccata ad una flebo” che appare – e infine si mostra apertamente – sempre più debole.

Nel suo nuovo libro racconta il processo di declino che ha portato il Regno Unito alla crisi attuale, un processo partito da lontano. Può parlarcene?

«Questa idea di Inghilterra che noi abbiamo coltivato per decenni si sintetizza in quelle virtù che la regina Elisabetta II nel suo ultimo discorso tenuto durante il Covid attribuiva al suo Paese. La sovrana parlava di un popolo contraddistinto dalle doti di determinazione, gentilezza, autodisciplina, senso dell’ironia; è difficile rintracciare anche una sola di queste doti in un inglese come Boris Johnson. È un esempio di come sia cambiato profondamente il Paese,  quindi questo è un indizio di come sia cambiato profondamente il Paese, come sia cambiata la sua intelligenza, il rapporto con il potere. L’Inghilterra ha cessato di essere una grande potenza con la perdita dell’impero, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma è rimasto comunque un Paese importante sullo scacchiere internazionale».

Nella prima parte del suo saggio, Caprarica mette in luce come nel Regno Unito si sia passati dal cosiddetto “hard power”, il potere militare, economico e politico, a un più sottile “soft power”, vale a dire la capacità di influenzare l’immaginario, di “fornire le mode, le coordinate culturali, il modo di muoversi e la musica da gustare”.

leggi anche: Il destino dei Windsor

Come è avvenuta questa sostituzione e come influenza il mondo di oggi?

«Basta pensare un po’ a cosa è successo in questi decenni. Negli anni Sessanta abbiamo avuto la rivoluzione giovanile; anni Sessanta che significano i Beatles, la minigonna, i figli di fiori; questa era la prima forma di soft power esercitata dall’Inghilterra su tutto il mondo. Poi è arrivato un soft power di segno opposto, al contrario, con la signora Thatcher, che può piacere o non piacere ma è stata un’immagine più forte proiettata dall’Inghilterra sul pianeta. Dieci anni dopo c’è stato un nuovo ribaltamento: è arrivato Tony Blair e il Paese è diventato più multietnico e multiculturale e naturalmente questo è andato anche progressivamente cambiando il profilo dell’identità nazionale. Quest’ultima è in verità più mutevole di quanto si credi, come accade un po’ in tutti i Paesi, ma ha contribuito a cambiare uno stereotipo a cui c’eravamo abituati a guardare: l’inglese come gentleman, un prodotto ideologico dell’età vittoriana».

Tratteggiando la figura del “gentleman” come prodotto culturale, sociale e finanche politico inglese, Caprarica ci spiega come si trattasse di una creatura “quasi soprannaturale”, che reggeva sulle sue spalle “il fardello dell’uomo bianco” così definito da Kipling, vale a dire l’impero. Con tutti i cambiamenti che si sono messi in moto a partire dagli anni ‘60 fino ad arrivare ai giorni d’oggi, quel gentiluomo, ammesso che ci sia stato, non esiste più: cambia la “maschera” che i britannici indossano, e torna a manifestarsi quella che già due secoli prima in realtà caratterizzava il Paese, vale a dire la maschera di “John Boo”.  “Un tipaccio – ci spiega l’autore – un grassone, xenofobo, sessista, arrogante, egoista, egocentrico. L’immagine dell’inglese medio nel Settecento era questa e, svanito il “gentleman” nato in età vittoriana e sopravvissuto fino alla Brexit, tende a riaffiorare la maschera di John Bo, che ben si confà a Boris Johnson”. 

approfondisci: Il mondo piange Elisabetta, la regina di tutti

La figura di Boris Johnson occupa non poco spazio nel suo saggio.

«Certo, perché è stato uno dei protagonisti di questo passaggio appena illustrato, di questo ritorno dell’Inghilterra a uno stereotipo nazionale che esprime xenofobia, sessismo, distanza dagli altri, isolazionismo. E in questo purtroppo la nostalgia imperiale ha avuto un grosso ruolo perché la Brexit è passata proprio con il voto di quelli che immaginavano che abbandonando il ruolo europeo l’Inghilterra trovasse nuovamente la potenza dell’ex impero. Cosa che ovviamente non è successa. I momenti fondamentali che hanno portato alla crisi odierna riguardano Johnson da vicino».

Quali sono le tappe fondamentali di questa crisi che oggi raggiunge il picco massimo?

«C’è stata la lunga stagione della Cool Britannia che ha segnato l’apogeo del soft power inglese, giorni in cui la Gran Bretagna multiculturale era il faro del pianeta. Perfino i francesi si erano arresi, definivano Londra “la città mondo”. Poi è arrivata la crisi della globalizzazione, quella finanziaria, che ha colpito l’Inghilterra con la stessa durezza degli Stati Uniti e forse addirittura più di altri Paesi nel mondo. Il processo di globalizzazione si è esaurito e molti settori importanti della società inglese sono rimasti tagliati fuori, hanno maturato una vera e propria diffidenza, persino ostilità, nei confronti delle regole comuni che sembravano incapaci di assicurare la loro prosperità. Hanno immaginato che potesse esserci una via di uscita proprio in quella ideologia isolazionista e nostalgica che poi ha partorito la Brexit. Questa è stata a conclusione di un processo ed è stato il primo momento veramente rivelatore della crisi del Regno. L’altro senza dubbio è stato il Covid. La Brexit ha rivelato l’entità del disastro di una classe dirigente che si è arresa quasi senza combattere e senza fare nessuno sforzo per arginare i demagoghi che stavano conducendo il paese verso il baratro, quei pifferai di Hamlet come Boris Johnson. E nel Covid questa nuova presunta classe dirigente ha dimostrato tutta intera la sua incompetenza e la sua incapacità. Ma basta ricordare che all’inizio della pandemia Johnson se ne andava in giro dicendo che era tutto più come una banalissima influenza e stringeva mani a destra a manca, compreso in un ospedale, per dimostrare che non c’era nessun pericolo di contagio dal contatto. Tant’è che dieci giorni dopo in ospedale ci è finito lui e addirittura in terapia intensiva. Johnson è stato il catalizzatore di tutto questo processo disgregativo».

Lei parla nel suo libro di sovranismo populista e di clowning street. Cosa intende?

«Un tempo la scarsa credibilità, la propensione a essere dei clown, avrebbe cancellato le chance di successo di un politico. Invece nell’epoca Boris Johnson usare la maschera di John Bo è diventato un mezzo per assicurarsi consenso, per guadagnarlo addirittura, il consenso. Nel caso specifico di Boris Johnson, che è un bugiardo – come dichiarato dal Parlamento Britannico, davanti al quale ha mentito con una faccia di bronzo che raramente si è vista nella storia della politica – lui usava il metodo della presunta semplicità, della grettezza, e anche della rozzezza, dell’apparente eccentricità, per guadagnare consenso. I capelli perennemente scarmigliati, pochi sanno che in realtà erano gli stessi a spettinarseli di proposito prima di apparire in pubblico, perché quello era il personaggio che aveva scelto di apparire, perché era convinto che quel personaggio attirasse simpatie ed empatia. La gente comune lo guardava dicendo “beh vabbè si muove come me, anch’io potrei uscire di casa con i capelli spettinati, oppure anch’io potrei rimanere appeso”, come è rimasto lui appeso a una teleferica per un’ora, suscitando generale ilarità. Nel caso di un altro politico, quella ilarità lo avrebbe distrutto. A lui l’ha reso più simpatico. Naturalmente le sue reali capacità sono poi venute fuori e alla prova del governo è stato un fallimento completo. Johnson è un personaggio picaresco,  un bugiardo irredimibile e un adultero seriale, è un fantasista, ed è stato lui per primo forse a creare un’opinione pubblica anti europea con fantastiche cronache da Bruxelles, la capitale dell’Unione Europea. Per fare alcuni esempi, attribuiva all’UE i peggiori progetti, i piani più nefasti, parlava di imporre limiti e regole su tutto». 

Caprarica ci racconta che uno degli articoli più famosi di Johnson all’epoca fu la presunta idea dell’Ue di vietare le patatine al gusto gamberetto, o di standardizzare la misura delle bare e persino quella dei preservativi. “Naturalmente erano tutte invenzioni ma servirono a far maturare l’opinione pubblica anti-europea che ha poi vinto la Brexit”.  

Un modus operandi che ricalca quello dei populisti in tutto il mondo.

«Precisamente: la tecnica che lui ha seguito è la tecnica di tutti i leader populisti di questi anni: si inventano nemici, si creano avversari di comodo, sviano l’attenzione con tutti i mezzi, avvalendosi di barzellette, storielle, avventure sessuali e sentimentali, creando un personaggio che non ha più nessun rapporto con la politica e con le scelte politiche per la Nazione. Vale per Boris Johnson come per Donald Trump negli Usa o per Milei adesso in Argentina. Questo genere di leader populisti che purtroppo in questa stagione apparentemente vespertina delle democrazie occidentali stanno guadagnando consenso in molti paesi. Non resta che augurarsi che le democrazie rinsaviscano per tempo, a cominciare ovviamente dalla Gran Bretagna che ha l’occasione già tra breve il 4 di luglio per le elezioni politiche generali che potrebbero vedere, anzi che secondo tutti i sondaggi vedranno la fine e la conclusione di questi 14 anni di governo conservatore che lasciano certo un’eredità assai pesante al paese».

potrebbe interessarti: Windsor, l’occhio del ciclone

In questo panorama che abbiamo tratteggiato, come si inserisce la Corona? 

«Elisabetta II era un monumento granitico in Inghilterra e ha contribuito a mantenere salda quell’idea della Nazione che si è così fortemente radicata nell’immaginario comune. Alla sua morte quel monumento è crollato e il re si è trovato veramente nudo in un Paese che non ha ben chiaro dove andrà a finire. Così, persino la millenaria casa reale, che sembrava con Elisabetta destinata all’eternità, appare d’un tratto fragile e assolutamente fallibile. Con la doppia malattia di Carlo Catherine, è apparso evidente come un’istituzione così fortemente personalizzata come la Monarchia sia addirittura più fragile delle altre, proprio perché si impernia tutta e si incarna nella persona che in quel momento ricopre il ruolo, indossa la corona. Se quella persona si ammala e, peggio ancora, se si ammala chi dovrebbe prenderne il posto nel caso di impossibilità o incapacità di esercitare il ruolo, cosa accade? Vediamo che l’istituzione va allo sbando». 

Quanto influisce su questa situazione la dimensione “ridotta” della Royal Family?

«Parecchio. Ai tempi di Elisabetta la famiglia reale, così numerosa come era tra figli, zii, cugini, madre, era oggetto di critiche proprio perché troppo vasta e dunque costosa. Oggi al contrario è troppo snella, come la voleva Carlo, ma è diventata fin troppo snella con la fuga di Harry, della moglie e dei loro figli. Ci troviamo perciò con una famiglia reale scheletrica che, di fronte alla malattia incrociata dei due membri principali, fatica evidentemente a svolgere le sue funzioni. Perciò la dimensione “small” in questo momento indebolisce con ogni evidenza il profilo e l’immagine della Corona davanti ai suoi subiti».

per approfondire: Carlo III, il “principe dimenticato” sul trono d’Inghilterra

Oltre a Carlo e Catherine, questa “doppia” malattia influenza enormemente William. 

 «A me è noto che in certi ambienti William viene ormai chiamato il “principe delle dieci alle sei”. Gli si rimprovera di essere un “reale part time”, vale a dire un reale che lavora, come tutte le persone impiegate presso una grande azienda, una grande impresa o per lo Stato, le sue otto ore al giorno, dalle dieci alle sei, in questo caso sei ore al giorno. Insomma quello che si vuole suggerire è il fatto che faccia il suo turno d’ufficio, e poi se ne torna a casa. In realtà in Inghilterra i sudditi sono un po’ strani: volevano una Elisabetta che, come noto, metteva il trono e la monarchia davanti a tutto, anche davanti agli affetti familiari, ma poi non esitavano a criticarla per la carenza d’affetto che a loro avviso aveva influito negativamente anche sull’educazione dei figli. È un paradosso con quanto accade oggi con William. A questa tagliola morale il principe sta cercando di sottrarsi con forse l’unico approccio ragionevole possibile. “Sì, sarò il vostro re, oggi sono il principe, ho delle funzioni pubbliche, un lavoro pubblico, ma non posso cancellare la mia famiglia per questo, anche perché allevare il prossimo re, l’erede del trono, è secondo me – e questo è davvero il pensiero di William – il lavoro più importante che io abbia tra le mani”. Quindi William vuole sì assolvere alle sue funzioni pubbliche come gli è richiesto dal ruolo, ma vuole anche assolvere alle sue funzioni di marito e di padre perché queste contribuiscono alla creazione di principi equilibrati anche per il futuro».

Come potrebbe influenzare tutto questo il futuro dell’erede al trono?

«L’interrogativo vero è come reagirebbe William se Carlo dovesse davvero essere incapacitato a regnare. Accetterebbe la corona, se Catherine non fosse in grado di giocare la sua parte al suo fianco? È un dubbio che assale molti, perché tutti sanno quanto profondo sia il legame tra i due e tutti sanno anche come non solo nelle favole, un re ha bisogno di una regina al suo fianco. E se Catherine non dovesse essere in grado di giocare questo ruolo allora come reagirebbe William, che ha già avuto una vita parecchio tormentata, tra la sua adolescenza in una famiglia divisa e infelice, la tragica morte della madre e poi la rottura con il fratello? Non c’è il rischio che William dica “no” e magari decida di passare la mano? A quel punto il re dovrebbe essere un ragazzino di 10 anni che peraltro avrebbe anche bisogno di un reggente. E magari il reggente finirebbe per farlo Harry, il Windsor auto esiliato. Insomma, come risulta chiaro se le cose dovessero volgere al peggio questa istituzione che teoricamente promette stabilità si rivelerebbe invece non solo molto instabile ma un vero e proprio ginepraio di problemi».

Secondo lei l’opinione pubblica come reagirebbe se William dovesse decidere di rinunciare a diventare re? 

«Questa è una domanda a cui davvero è difficile rispondere oggi, perché oggi è del tutto chiaro che davanti alla malattia la stragrande maggioranza degli inglesi ha reagito con simpatia e solidarietà e questo ha determinato anche una impennata di popolarità. Ma se questa situazione dovesse cronicizzarsi quale sarà la reazione dell’opinione pubblica? Dopotutto re e regine sono appunto lì per farsi vedere. Una abdicazione di William a breve tempo, aprirebbe fatalmente spazio alla domanda “ma allora se i re non devono stare lì per sempre e quando vogliono poi se ne vanno, mollano, gettano la spugna, ma allora tanto male forse avere un capo dello Stato eletto piuttosto che ereditario non lo sarebbe”. Perciò se dovesse esserci una crisi di successione attorno alla figura di William, questo aprirebbe uno scenario di spaventose possibilità per tutti i Windsor». 

guarda anche: Un anno senza Elisabetta II, il ricordo dei Windsor

Nel suo libro Lei accenna al fatto che l’ipotesi di “Harry reggente” fa tremare molti. Cosa intende? 

«Sarebbe un paradosso inaudito, è evidente. Nel libro la butto lì proprio come un paradosso che evidenzia la debolezza e la fragilità delle istituzioni in questo momento. Che il futuro re, o che il re però in età minorenne, si ritrovasse con una reggenza dal principe che ha detto che ha deciso di scappare “dalla gabbia” lanciando le peggiori accuse nei confronti della sua famiglia, beh sarebbe veramente strabiliante e dimostrerebbe a questo punto la totale inaffidabilità di questa istituzione. Io, come dire, pavento quella possibilità proprio per indicare il grado di aleatorietà in cui versa oggi la corona. Intendiamoci: non penso che domani possa crollare il trono. Né domani né forse neanche dopodomani: ma oggi, questa è la vigilia di eventi potenzialmente micidiali. Oggi, se a qualcuno dovesse saltare in testa di promuovere un referendum tra Repubblica e Monarchia i Windsor vincerebbero: il sostegno per i reali sembra aggirarsi ancora intorno al 60%. Ma domani? In un Paese dove il 18% della popolazione è composto da minoranze etniche – molte delle quali discendono da quegli stessi abitanti delle Indie o dei Caraibi o dell’Africa che furono un tempo colonizzati e schiavizzati dagli inglesi – ci potrebbe essere la certezza di lealtà da parte di queste persone a una corona che ai loro nonni, ai genitori, simbolizzava piuttosto lo sfruttamento e l’oppressione?»

per saperne di più: Giuramento di lealtà o insulto, l’enigma dei Maori in una frase a re Carlo

In conclusione, nel suo nuovo saggio “La fine dell’Inghilterra” Antonio Caprarica si pone una domanda che lascia interdetti: qual è il destino della corona, quella corona che “deve sempre vincere”, in un Paese così cambiato rispetto all’epoca di Elisabetta II? Può davvero “sempre vincere”, se le generazioni che la consideravano intoccabile, quasi sacra, vanno scomparendo dalla scena sostituite da generazioni più giovani che le sono, se non totalmente, largamente indifferenti?

Articolo originariamente pubblicato su Il Mondo Rivista

Lascia un commento