Interviste

Il fascino del Male

Che cos’è l’Ibristofilia e perché alcune persone sono sedotte da criminali violenti? Partendo dal matrimonio tra Pincarelli e la sua “groupie”, un viaggio nei meandri più oscuri dell’animo umano con la criminologa Martina Penazzo

Mario Pincarelli, uno degli uomini che il 6 settembre 2020 ha ucciso Willy Monteiro Duarte a Colleferro, vicino a Roma, si è sposato in carcere. Pincarelli, condannato a 21 anni insieme ai fratelli Bianchi e a Francesco Bellegia per la morte del giovane Willy, ha conosciuto sua moglie in carcere: la loro relazione è nata dalle lettere che la donna ha cominciato a scrivergli dopo averlo visto in televisione, è passata attraverso alcune visite ed è stata coronata dal matrimonio, celebrato nel carcere di Civitavecchia. 

Una storia che ha lasciato basiti in molti ma che non è certo una novità. La neosposa, una 28enne romana di nome Laura Roffo, ha dichiarato di essersi innamorata di Pincarelli “vedendolo ai telegiornali” e di essere “convinta della sua innocenza”. Perciò, ha raggiunto il carcere il 16 aprile su una 500 con indosso un bell’abito lungo di colore rosa, un fazzoletto nero sul viso per proteggersi dalle telecamere, e davanti ai testimoni (tra cui la penalista Loredana Mazzenga che difende Pincarelli e un parente di Roffo che fuori dal penitenziario si è scagliato contro i giornalisti inveendo, insultando e sputando in direzione dei fotografi) si è “presa” il suo “principe azzurro”. 

La metafora disneyana sembra ironica perché lo è, ma d’altronde la love story tra un omicida e una donna che lo ha conosciuto attraverso i servizi che parlavano di quell’omicidio, non può essere di certo considerata una fiaba. Intanto perché il “principe” è un uomo condannato per omicidio volontario che passerà almeno i prossimi 10 anni in cella prima di poter godere di permessi premio o del regime di semilibertà (e comunque gli stessi saranno condizionati dal regime di buona condotta). Fino al 2034 dunque, i loro incontri potranno avvenire solo dentro la casa circondariale: eppure Roffo, a detta della legale di Pincarelli, sarebbe “sorprendentemente convinta” di questa sua decisione e “decisa” ad aspettare il marito fuori dalla galera. Per quanto riguarda Pincarelli, l’avvocata ha dichiarato che il suo assistito “vuole crearsi un futuro, vuole una famiglia e quando esce vuole fare un figlio“. Mazzenga ha aggiunto che Pincarelli ha sempre avuto una parola per la famiglia della vittima, fin dalle indagini preliminari, fin dai primi giorni successivi all’accaduto, tanto che sia lui sia la famiglia hanno scritto diverse lettere ai parenti di Willy“. In verità la mamma della vittima, Lucia Duarte, sembra smentire queste dichiarazioni nel momento in cui dice di non aver “ancora visto nessun segno di pentimento da parte dei ragazzi”; ma quello che colpisce in questo risvolto della storia non è tanto la posizione di Pincarelli – che ha scoperto di avere una “fan” disposta a sposarlo e a dargli le gioie coniugali in galera – quanto la posizione di questa donna, di Laura Roffo, che si è innamorata di un assassino visto in tv e che riapre un argomento piuttosto delicato dal punto di vista psicologico e criminologico: il fenomeno dell’Ibristofilia, il “fascino del male”. 

Che cos’è l’Ibristofilia

L’Ibristofilia è la tendenza di alcuni soggetti a provare attrazione sessuale ed emotiva per persone colpevoli di atti criminosi violenti, come l’omicidio o lo stupro. È un disturbo della sessualità che rientra nell’ambito delle parafilie, vale a dire quei disturbi legati alla sfera intima che differiscono dagli interessi sessuali convenzionali e che possono arrecare danno a sé stessi e agli altri. Benché non sia ad oggi riconosciuta come un disturbo psicologico a sé stante, l’ibristofilia è piuttosto diffusa. Statisticamente i casi riconosciuti riguardano perlopiù soggetti femminili e le cause che portano alla nascita di questo disturbo possono essere svariate, ma alla base c’è una fragilità che porta a confondere la seduzione del male per amore. 

Il violento verso cui scatta questo tipo di attrazione è tendenzialmente visto come un soggetto dominante, un “maschio alpha”, una figura capace di compiere qualunque azione che dunque fa sentire forti e sicuri, quasi invincibili nei confronti della realtà. Alla base dell’Ibristofilia c’è il bisogno inconscio di soddisfare alcuni bisogni primordiali, quali appunto il senso di sicurezza, ma non solo: se il partner è in carcere è più difficile essere abbandonati. Non sempre l’ossessione per l’oggetto del proprio amore malato è del tutto irrazionale: chi è soggetto a ibristofilia talvolta è consapevole del pericolo a cui va incontro, ma questa consapevolezza non basta per staccarvisi, non si riesce – senza un valido aiuto psicologico – a smettere di dipendere dalla dinamica che si è instaurata. 

Per cercare di far luce su un argomento ostico e complesso abbiamo chiesto aiuto alla dottoressa Martina Penazzo, criminologa dell’Istituto di Scienze Forensi. 

Dottoressa, che cos’è e come si riconosce l’Ibristofilia? 

«Innanzitutto bisogna fare una specifica: l’ibristofilia è considerata ad oggi una parafilia, non è classificata come un disturbo mentale in nessuno degli attuali manuali diagnostici. La parafilia è una tendenza a compiere atti anormali per raggiungere l’eccitazione o il piacere sessuale, e per entrare nel caso specifico, l’ibristofilia è una parafilia che provoca una tendenza a provare attrazione – nella maggior parte dei casi sessuale, ma non sempre – verso tutti quegli individui coinvolti in crimini violenti o pregiudicati. Riconoscerla è insidioso: non essendo un vero e proprio disturbo non ci sono dei parametri con cui si può valutare la presenza o meno di una problematica di questo tipo, anche perché essendo una parafilia spesso la persona che la incarna non percepisce la propria ibristofilia come un problema, rimane sottotraccia. Anzi, spesso è vista e percepita come una questione intima, come fosse una fantasia sessuale privata».

Quali sono le cause scatenanti e come si può reagire a un problema di questo tipo?

«Faccio una premessa doverosa: l’ibristofilia è considerata un fenomeno prettamente femminile, ma anche perché statisticamente ci sono più criminali di sesso maschile. Chiarito questo, da uno studio condotto negli anni ‘90 su diverse donne è emerso che molte di coloro che avevano un profilo riconducibile all’ibristofilia risultavano essere state vittime di abusi sessuali o fisici durante l’infanzia. Anche la figura del padre giocava un ruolo chiave, era abbastanza centrale, nello studio: spesso queste donne avevano avuto un padre dominante, abusante. Tutto questo ci porta a dire che, benché sia difficile stabilire quali siano le ragioni che spingono l’essere umano a compiere determinate azioni o a provare certi sentimenti, un background come quello evidenziato, quindi genitore abusante e infanzia violenta, può scatenare una parafilia di questo tipo nella ragazza che cresce e diventa adulta. Sempre nella stessa tipologia di persona può scattare un desiderio di accudimento, il desiderio che l’altra persona “dipenda” da noi, peraltro questo succede anche con i non detenuti. A volte invece si vuole ricreare la relazione che si aveva durante l’infanzia con il proprio padre. Insomma, le ragioni possono essere molteplici ma questo sembra essere il pattern comune».

Che cosa sono le prison groupies?

«Con il termine “Prison groupies” si indicano semplicemente quelle donne che poi nell’effettivo mettono in pratica l’ibristofilia. Voglio dire che si può sviluppare questo tipo di parafilia, si può provare fascino per certi soggetti, ma quando poi effettivamente vado a mettere in pratica questo impulso allora divento una prison groupie, cioè la persona che contatta i detenuti per avere un certo tipo di interazione. È una figura che non solo è sempre esistita ma che sussiste ancora e ne abbiamo moltissimi esempi anche nel nostro presente, sia all’estero sia in Italia. Per esempio Ted Bundy: c’erano donne che andavano in tribunale durante le sue udienze vestite come le sue vittime. Ma potrei nominare Charles Manson, o l’italianissimo Angelo Izzo, che ha sposato una giornalista in carcere nel 2010.  I social hanno dato una grande visibilità: nel caso dell’omicidio di Bolzano, quando Benno Neumar venne accusato di aver ucciso entrambi i genitori, sui social cominciarono a spuntare gruppi chiamati “le bimbe di Benno”. E poi è stato il turno di “Le bimbe di Turetta”, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin». 

La “sindrome della crocerossina” ha un ruolo in questo tipo di dinamica?

«Beh, è un collegamento che ha senso. A livello psicologico, quella della crocerossina è una sindrome che ci porta a sentirci appagati nel vedere l’altro salvo per merito nostro, nel sentirci artefici di quella “salvezza”. Perciò si può riscontrare senz’altro in un profilo psicologico come quello di una persona che ha sviluppato una parafilia così forte. Tuttavia non credo che il desiderio di “salvare” sia quello predominante in una dinamica di questo tipo. Penso che quello che spinga di più queste persone sia il fatto che si sentano speciali perché il loro fidanzato, il loro compagno, ha fatto del male ad altre persone ma a loro no. Il compiacimento deriva da questo, più che dal desiderio di “cambiare” e “salvare” l’altra persona».

Dottoressa, che cos’è che ci attrae del “Male”? 

«Io credo che a volte l’essere umano tenda a cercare quel brivido, quell’adrenalina, che a livello neurologico accende i circuiti del piacere, della paura, della curiosità. Quando sentiamo storie oscure, lontane dalla realtà quotidiana, quando vediamo film di paura, ci sentiamo elettrizzati. Ed è quel brivido ad attrarci, ad affascinarci. Poi ovviamente nello specifico questo varia da persona a persona, ma ritengo che la matrice comune potrebbe essere questa. Il filo conduttore per me rimane la stimolazione dei circuiti della paura e della curiosità, che porta al piacere».

Secondo Lei ha un ruolo in tutto questo la narrazione del “Male” nei prodotti di intrattenimento?

«Penso che la narrazione che viene fatta, in generale, dai prodotti cinematografici, letterari e televisivi, accentui lo stereotipo comune del “fascino del cattivo ragazzo”, che poi è un po’ quello che spinge le persone che hanno una parafilia verso soggetti di questo genere. Non mi sento di dire che siano i prodotti di intrattenimento a creare o influenzare così negativamente parafilie come l’ibristofilia, il problema ci deve già essere, banalmente perché poi ognuno è in grado – o dovrebbe esserlo – di scindere il bene dal male e ciò che è reale da ciò che non lo è. Però sicuramente è un cane che si morde la coda: prodotti di questo tipo vanno perché un certo fascino nei confronti del male esiste, e viceversa essere esposti per la maggior parte del tempo a prodotti di questo genere può acuire questa fascinazione, e questo crea un circolo vizioso da cui è difficile uscire».

Amare un serial killer

Ci sono molti casi di Ibristofilia divenuti tristemente celebri nel corso degli anni. Sorprende – ma non dovrebbe alla luce di quanto visto fino a qui – che i più efferati serial killer siano anche i personaggi che hanno ricevuto più “affetto” dalle fan di tutto il mondo. Un esempio su tutti è quello – già sopracitato – di Charles Manson, ma potremmo parlare anche di Jeffrey DahmerRichard Ramirez e, come dicevamo, Ted Bundy. Per tornare in Italia, sono stati oggetto di desiderio Pietro MasoRenato Vallanzasca e in ultimo Benno Neumair, l’uomo che ha ucciso i genitori a Bolzano strangolandoli con un cordino d’arrampicata. 

Insomma, le “groupie” dei criminali sono sempre esistite. Nel 1922 il serial killer francese Henry Landry – che venne condannato a morte – ricevette circa 800 proposte di matrimonio. Il già citato Charles Manson ha ricevuto durante la sua permanenza in carcere migliaia di lettere sia da donne sia da uomini e una di queste, la 26enne Afton Elaine Burton, l’ha sposata nel 2013, quando lui aveva 80 anni. Manson era il leader di una setta, pianificò e realizzò diversi omicidi a Los Angeles compreso quello della moglie di Roman PolanskySharon Tate. Eppure questo non ha fermato le 20mila persone che gli scrivevano ogni anno e, c’è di più: alla sua morte le fan hanno organizzato una raccolta fondi per “garantirgli una degna sepoltura”. Ted Bundy era stato condannato per l’omicidio di 35 donne ma si sospettava che ne avesse uccise oltre 100: eppure riceveva in carcere ogni giorno oltre 200 lettere dalle ammiratrici. Per avvicinarci ai nostri giorni, nel 2018 Peter Madsen è stato condannato al carcere a vita per l’omicidio della giornalista svedese Kim Wall, che aveva invitato nel sottomarino dove poi l’aveva stuprata, uccisa e fatta a pezzi; quello stesso Madsen ha avuto storie d’amore con almeno due donne in carcere e nel 2020 ha sposato Jenny Curpen, una 39enne russa che aveva conosciuto poco dopo la sua condanna e con cui aveva intrettenuto una relazione “via corrispondenza”.

Tornando entro i confini nazionali, oltre a Izzo di cui abbiamo già parlato, possiamo citare Renato Vallanzasca, che nel 1979 ha sposato una delle sue ammiratrici, Giuliana Brusa, nel carcere di Rebibbia. Dopo il divorzio Vallanzasca – condannato a quattro ergastoli per omicidi, sequestri, rapine – ha sposato la sua amica d’infanzia Antonella D’Agostino che poi in seguito avrebbe raccontato di come il marito ricevesse migliaia di lettere dalle ammiratrici ogni giorno.

Un altro caso è quelo di Raffaele Cutolo, il boss della Nco, la Nuova Camorra Organizzata, che ha sposato in carcere all’Asinara la 17enne Immacolata Iacone, conosciuta perché la ragazza era andata a trovarlo durante la pausa di un processo al tribunale di Napoli. Con la fecondazione assistita, Iacone Cutolo hanno avuto anche una figlia.

Anche gli uomini, benché per ragioni già spiegate precedentemente in percentuale inferiore, si innamorano di donne pericolose. Cardine l’esempio di Amanda Knoxaccusata e poi scagionata per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher: nella sua prima settimana in carcere ricevette 35 lettere di ammiratori e una proposta di matrimonio. Negli Usa invece un caso significativo è quello di Susan Atkins, complice di Charles Manson, che durante il carcere sposò due uomini “ammiratori” conosciuti con la corrispondenza. Il primo venne fatto annullare della Atkins dopo che scoprì che era stato sposato 35 volte, e il secondo celebrato con lo studente di legge di Harvard James Whitehouse, di 15 anni più giovane di lei. Rimasero sposati fino al 2009 quando Atkins morì.

Articolo originariamente pubblicato su Il Mondo Rivista

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