Signore e signori, benvenuti ai 77esimi Hunger Games

Mi sento così poggiando le dita sulla tastiera per scrivere questa recensione: come se entrassi in un’arena in mezzo a tanti compagni, consapevole che quando ne uscirò, lo farò da sola.
La lettura di questa saga è stata un vero viaggio al cardiopalma: quasi nessun tempo morto, tantissimi momenti da brivido e un sentimento di vuoto che riempie la calma dopo l’epilogo. Una sensazione stranissima, che in precedenza ho provato solo quando ho chiuso l’ultimo libro di Harry Potter: quasi il fischio nelle orecchie che rimane quando si è stati a lungo in una stanza con la musica molto alta.
Storia splendida, trama avvincente, e i personaggi, ah: vividi, corposi, intensi, terribili e affascinanti. Ho provato un solo, vero momento di delusione, ma anche questo fa parte del gioco.
La trama: l’arena, i favoriti e il triste destino dei vincitori
Panem è una nazione sorta dalle ceneri del nord America: un organismo complesso, organizzato in tredici distretti che si snodano a partire dalla capitale. Capitol City è il cuore scintillante di Panem, ed è qui che vive il presidente Snow. La fame e le angherie che i distretti sono costretti a subire da parte di Capitol City hanno portato alla rivoluzione, e ai giorni bui: il distretto 13 è stato distrutto, gli altri dodici ridotti alla schiavitù. E per assicurarsi che la ribellione non si ripetesse, le alte sfere di Panem hanno inventato gli Hunger Games: ogni anno, ciascun distretto deve offrire durante una cerimonia chiamata mietitura, un ragazzo e una ragazza come tributi per un reality show di sopravvivenza. L’obiettivo dei 24 tributi è uccidersi l’un l’altro, finché uno solo non rimane in piedi. Il superstite viene incoronato vincitore: e da quel momento in avanti, ogni anno, dovrà fare da mentore ai nuovi tributi del suo distretto, per sempre.

Katniss Everdeen è una cacciatrice del distretto 12. Dopo aver perso suo padre in miniera si è assunta il compito di provvedere alla propria famiglia: sua madre, colpita da una grave forma di depressione, e sua sorella minore, la piccola Primrose, che è l’unico faro di luce nella vita di Katniss.
Il giorno della mietitura per i 74esimi Hunger Games, però, Prim viene sorteggiata come tributo. E Katniss non ha nessuna possibilità per salvarla, se non di offrirsi volontaria al suo posto. Insieme a lei, viene sorteggiato Peeta Mellark, il ragazzo del pane: colui che molto tempo prima, quando la famiglia Everdeen stava morendo di fame, ha disobbedito alle severe leggi di casa sua per dar loro un po’ di pane, salvando così, di fatto, la loro vita.
Katniss e Peeta sanno fin dal principio che uno solo di loro potrà uscire dall’arena con le loro gambe: ma mentre Katniss lotta per vincere, disposta a qualunque cosa pur di tornare da sua sorella, Peeta non vuole rinunciare ai suoi valori, non vuole trasformarsi in una pedina di Capitol City. E ben presto viene fuori anche un’altra grande verità: i sentimenti che Peeta nutre per Katniss sono molto profondi, e sarà proprio questo amore a fare la differenza nell’arena. Perchè gli Hunger Games sono anche e soprattutto un programma televisivo, con spettatori che fanno il tifo e sponsor che sostengono il proprio tributo preferito: ma proteggersi a vicenda, come coppia, ha delle conseguenze che nemmeno Capitol City può prevedere.
E la corona del vincitore non basterà a proteggere Katniss una volta che avrà messo in moto gli eventi e si sarà trasformata nella ghiandaia imitatrice. Il simbolo di una rivolta destinata a diventare la rivoluzione che investirà tutta Panem.
Katniss Everdeen: la ragazza che non voleva fare la rivoluzione
I personaggi che Suzanne Collins inserisce nel suo universo perfettamente studiato, sono davvero speciali. E non perché brillino di qualità particolari, anzi: perchè sono completamente, disperatamente, inutilmente umani. Partiamo dalla protagonista, perché è una delle poche (anti)eroine femminili che non scade mai nel banale, mai, nemmeno una volta.
Katniss Everdeen è solo una ragazza. Una giovane donna silenziosa, con un grande lutto alle spalle che l’ha costretta a crescere tanto, e in fretta. Vive in un distretto dove le persone muoiono di fame sotto gli occhi incuranti di Capitol City, eppure non pensa mai alla possibilità di ribellarsi, perchè semplicemente la ritiene una cosa lontana da lei. Non è una leader. Non è un simbolo. Non è una grande mente, o un grande esempio: è solo una ragazza che sa cacciare. Perciò fa in modo di procurare alla famiglia ciò che serve per vivere, e riesce a campare dignitosamente.
È istintiva molto più di quanto sia coraggiosa, e ha l’abitudine di badare a sé stessa: perciò non si fida degli altri, e tiene quanto più strette possibili le poche persone che ama, perchè tanto più è conciso il suo mondo, tanto più facile è proteggerne i confini.
Quando sua sorella Prim viene sorteggiata per partecipare agli Hunger Games, quei confini crollano e per la prima volta Katniss si rende conto di non aver avuto il minimo potere di tenerli su. Semmai fortuna: ma certo non potere.
Quando sale sul treno diretta a Capitol City insieme a Peeta, appare subito chiaro che tra i due, quello dal cuore nobile e puro è lui, non lei: lei è una persona realista con un unico obiettivo, restare in vita. Non le interessa pensare che per farlo dovrà comportarsi come Capitol City vuole, perchè tanto, anche pensandoci, che differenza può fare? “È così e basta” dice a Peeta.

Le cose cominciano a cambiare quando entra nell’arena e conosce Rue. Rue è il tributo femmina del distretto undici, ed è solo una bambina: è Rue a mostrarle le ghiandaie imitatrici, è Rue a insegnarle il motivetto di quattro note che usa nel suo distretto come segnale, ed è Rue ad avvicinarsi quel tanto che basta a farsi voler bene persino in quel momento, in cui entrambe sanno che una solo di loro potrà sopravvivere. Poi, Rue muore.
La perdita della sua piccola alleata mette in moto gli eventi, ed è quello il momento in cui Katniss smette di essere una persona qualsiasi e comincia a diventare un simbolo: non si arrende all’ineluttabilità della morte, rimane con Rue, canta per lei, la ricopre di fiori per restituirle la dignità che l’arena le ha tolto. Fa un vero e proprio funerale e questo è inammissibile durante gli Hunger Games. Poi alza il viso verso la telecamera, porta le tre dita centrali della mano destra alle labbra, e le alza verso il cielo: è un gesto di addio che fanno nel distretto 12. Ma in quel frangente è molto di più: è un segnale, che arriva all’esterno. I cittadini del distretto 11, il distretto di Rue, riuniti in piazza vedono tutto, e imitano Katniss: questo lei non lo sa, naturalmente. Ma è così, che il suo volto diventa un simbolo.

Dopo l’arena rifiuterà questo ruolo, perchè lei non vuole fare la rivoluzione: vuole essere lasciata in pace, vuole solo vivere tranquilla e al sicuro con la sua famiglia. Ma ormai ha messo in moto le cose e lei È la rivoluzione, che le piaccia oppure no. La lotta contro sé stessa e contro i suoi desideri più intimi ed egoisti è alla base della storia, e della crescita personale del personaggio. Non un’eroina, dunque, a tratti a malapena un’attrice davanti alle telecamere: eppure quanta forza che c’è in questa umanità. Forse perchè è reale. Perchè è tipico e naturale che gli esseri umani esitino davanti ai grandi disegni: per amor proprio ma più spesso per amore delle persone che si amano. Katniss Everdeen avrebbe voluto solo continuare a curare il suo orticello, finchè non si è resa conto che non ci sarebbe stato più nulla da curare, se non avesse accettato il rischio di guardare la sua vita in un’ottica più ampia. Un’angolazione differente: per rendersi conto che non è mai, mai uscita dall’arena. Sta ancora, sta sempre, giocando agli Hunger Games.
Peeta, Gale e gli altri

C’è il triangolo, certo che c’è: Peeta, il ragazzo del pane, e Gale, il compagno di caccia ossessionato dalla rivoluzione. Rappresentano entrambi i due estremi tra cui Katniss si dibatte: Peeta è la pace, il cuore nobile, Gale è il guerriero, la moralità dubbia di chi accetta grandi sacrifici per raggiungere enormi risultati. Gale è ciò che Peeta non vuole diventare; Peeta, è ciò che Gale non potrà mai essere.

Hunger Games però non è una storia d’amore: e non è mai stucchevole, non è mai trash, non è mai nemmeno solo amore. C’è sempre di più, dietro, perchè i protagonisti non sono mai solo un ragazzo, solo una ragazza; c’è la guerra, e la guerra cambia tutto.
Ma tutti i personaggi sono vividi e ben costruiti. Primo fra tutti, il presidente Snow: crudele ed elegante, con il grande pregio che non mente mai. Molto meno sibillino a suo modo della comandante Coin: meno sanguinaria, ma più infima.

Primrose: forte, tenace, delicata. La piccola paperella del primo libro che diventa una coraggiosa ragazza, in grado di far riflettere sua sorella su cose che dette da chiunque altro non lascerebbero il minimo segno.
E poi Haymitch, il mentore di Katniss e Peeta, la cui figura cambia un po’ dal libro al film (meno problematico e più solido in quest’ultimo rispetto all’ubriaco senza via di scampo dai suoi incubi rappresentato nel romanzo); Cinna, lo stilista di Katniss a Capitol City; la dolce e incurabile Effy, lo staff dei preparatori del romanzo che sparisce nei film, Johanna, Beetee, Finnick, Annie, Mag, Cressida, e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Madge, ingiusta vittima della trasposizione cinematografica
Nel film, Katniss trova la sua spilla da ghiandaia imitatrice a un banco del Forno (il grande ritrovo per scambio di merce di contrabbando al distretto 12). Ma nel romanzo le cose vanno in modo molto diverso, e una delle cose che meno mi sono piaciute del primo film è proprio questa: la scomparsa della figura di Madge.
Madge è la figlia del sindaco del 12, ed è anche l’unica amica di Katniss. Quando viene sorteggiata per i primi Hunger Games, Madge va a salutarla e le dona la spilla con la ghiandaia imitatrice divenuta simbolo della storia: in seguito Katniss scoprirà che quel portafortuna ha una storia particolare. La spilla apparteneva alla zia di Madge, Maysilee Donner, una grande amica della sua stessa madre, che è stata sorteggiata per gli Hunger Games ed è rimasta uccisa.
Nella figura di Maysilee, Katniss trova un motivo per alimentare la fiamma della rivolta che ha contribuito a scatenare nell’arena: per questo la sua esclusione dal film è assurda.

