Recensioni

Le Streghe

Le Streghe di Roald Dahl è il romanzo per ragazzi con cui ho conosciuto questo autore, da bambina: prima di Matilde, prima del GGG, ho affrontato questi demoni travestiti da donna il cui unico scopo nella vita è distruggere i bambini di tutto il mondo.

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Le riletture sono sempre speciali, ma in questo caso è stato un viaggio ancora più particolare: non appena aperto il libro infatti, mi sono resa conto che una me stessa molto più piccola aveva visto in quelle pagine qualcosa di più di una semplice storia. Ci sono appunti, sottolineature, orecchie nei passaggi più importanti; ho rapidamente notato due cose: la prima, da piccola avevo una fantasia davvero galoppante (è incredibile notare come non siamo già nati così cinici come diventiamo da adulti!); la seconda, una strega non sarebbe mai riuscita a prendermi perché Roald Dahl mi aveva davvero preparata e io avevo letto le sue parole facendone un’arma.

Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile scoprirle.

Il piccolo protagonista della storia è un bambino di origine norvegese che perde entrambi i genitori in un incidente d’auto. Rimasto orfano, viene preso sotto la protezione della nonna: un’anziana donna appassionata di folclore nordico che lo mette subito in guardia da un mostro molto particolare, dal quale deve sapersi guardare. Le streghe, appunto: mostri pelati, con piedi senza dita e mani che terminano in lunghissimi artigli. Le streghe vivono per tormentare i bambini, ed è difficile riconoscerle perché indossano parrucche, guanti, scarpine a punta e sembrano sempre molto gentili.

Il giorno che l’avvocato di famiglia comunica il desiderio dei genitori che il figlio crescesse e continuasse a studiare in Inghilterra, dove aveva vissuto fino a quel momento, la nonna e il bambino fanno i bagagli e tornano a casa. Proprio in Inghilterra, i due protagonisti avranno a che fare molto da vicino con le streghe.

“Nonna, non si tratta di una strega. Ce ne sono a centinaia! L’albergo ne è pieno!”

Purtroppo il loro non sarà un incontro indolore e qualcuno ne uscirà con una coda bella lunga da topolino. Ciò nonostante non tutto il male viene per nuocere: e grazie proprio alle rinnovate abilità, il piccolo protagonista avrà la possibilità di sventare il piano malvagio delle streghe inglesi e salvare i bambini. Almeno per ora!

“Sei sicuro che non ti dispiace essere un topo per tutto il resto della vita?”
“Sicurissimo, non importa chi sei né che aspetto hai. Basta che qualcuno ti ami.”

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Il finale era stato un vero shock, da bambina: non riuscivo a immaginare che lieto fine potesse essere, se il protagonista era destinato a rimanere un topolino per sempre. Il mio cuore più adulto, ha reagito diversamente a questa rilettura. Ho amato e mi ha commossa molto il tema della perdita che Dahl affronta nella sua intelligente spensieratezza: il bambino riflette con estrema semplicità sulla prima implicazione dell’essere topo; vivere meno, ma più intensamente, e non rimanere solo una volta persa la nonna, molto più vecchia di lui.

La solitudine come principale nemico, insomma, ma anche il senso della famiglia come elemento portante della vita. Il rapporto del bambino con la nonna è forte, delicato, puro e gioioso: la forma più pura d’amore che possa esistere.

 

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