Chi ha paura di Agatha Christie?
Io, un po’. Dieci piccoli indiani è un thriller breve e geniale che mi è piaciuto moltissimo. Soprattutto, ho davvero apprezzato il finale, cosa non così scontata quando si parla di gialli brevi: sono arrivata alle ultime pagine credendo davvero che l’unica spiegazione fosse soprannaturale, tanto che cominciavo a sentirmi un po’ delusa.
Non ricordo se ho già scritto che amo molto fantasy e thriller ma preferisco quando se ne stanno ognuno nel proprio campo (eccezion fatta per gli horror con vampiri e fantasmi); non sopporto i generi ibridi, perché ad esempio lo storico che sconfina nella magia finisce per perdere di credibilità e ugualmente il thriller che finisce con gli alieni mi fa un po’ storcere il naso.
Dieci piccoli indiani invece finisce bene.
Che parlando della Christie significa ovviamente che muoiono tutti. No, non è uno spoiler, è il modo in cui comincia il libro! E per farvi capire di cosa sto parlando, vi riporto fedelmente la filastrocca che fa da fil rouge, da conduttore, di tutto il libro:
Dieci poveri negretti
se ne andarono a mangiar:
uno fece indigestione,
solo nove ne restar.
Nove poveri negretti
fino a notte alta vegliar:
uno cadde addormentato,
otto soli ne restar.
Otto poveri negretti
se ne vanno a passeggiare:
uno, ahimè, è rimasto indietro,
solo sette ne restar.
Sette poveri negretti
legna andarono a spaccar:
un di lor s’infranse a mezzo,
e sei soli ne restar.
I sei poveri negretti
giocan con un alvear:
da una vespa uno fu punto,
solo cinque ne restar.
Cinque poveri negretti
un giudizio han da sbrigar:
un lo ferma il tribunale,
quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti
salpan verso l’alto mar:
uno un granchio se lo prende,
e tre soli ne restar.
I tre poveri negretti
allo zoo vollero andar:
uno l’orso ne abbrancò
e due soli ne restar.
i due poveri negretti
stanno al sole per un po’:
un si fuse come cera
e uno solo ne restò.
Solo il povero negretto
in un bosco se ne andò:
ad un pino s’impiccò,
e nessuno ne restò.
Insomma, i dieci piccoli indiani sono destinati a morire tutti, e le dieci persone che rimangono intrappolate a Nigger Island leggendo la filastrocca si rendono conto ben presto di quanto paradossale sia la loro situazione.
Sono proprio un bel gruppo, e come ho notato anche negli altri due libri della Christie che ho letto (C’è un cadavere in biblioteca e Il natale di Poirot), i personaggi sono sempre estremamente vividi pur essendo caratterizzati numericamente poco. All’inizio è una gran confusione: nomi su nomi e piccoli paragrafi per capire di chi si sta parlando. Però a poco a poco quasi senza accorgersene si comincia a capire chi è chi, e anche a intendere le azioni di chi le mette in pratica: è un dono di chi scrive, saper creare questo legame tra chi legge e i personaggi, nient’affatto scontato.
A volte non bastano duecento pagine per capire un protagonista – figuriamo una sfilza, di protagonisti! – e altre invece in poche pagine belle piene si comincia già a intuire chi dirà cosa e chi farà cos’altro.
Ovviamente questa finta sintonia e questa falsissima sicurezza di comprendere traggono in inganno: e infatti non avrei mai saputo dire chi fosse l’assassino. Non perché non l’avessi individuato a un certo punto, ma perché quando ho effettivamente indugiato sul giusto personaggio BANG la trama è cambiata e mi ha convinta che avevo preso un granchio. E invece.
Non sarei mai riuscita nemmeno io a scappare da Nigger Island, e non voglio raccontare troppo la trama perché è davvero bella srotolarla da sé: basti sapere che dieci sconosciuti che non hanno niente in comune tranne un passato inquietante vengono invitati in una casa disabitata su un’isola deserta; e sembrano tutti davvero dei bravi cristi: quando però da sopra la tavola cominciano a scomparire una ad una le statuette di dieci negretti, il passato diventa la chiave di volta per comprendere il presente e nessuno è più così slegato dagli altri come sembrava all’inizio.
