A Serina tremavano le mani. Si fissava i piedi, percorrendo in fretta il sentiero sconnesso. “Non sapevo cosa fare.”
Petrel le strinse la spalla prima di lasciar ricadere il braccio lungo il fianco. “Reagisci. Sempre.”

Ci sono almeno tre diverse citazioni da cui avrei potuto iniziare questa recensione, motivo per il quale ho aspettato un po’ a farla.
Quando un libro mi entusiasma, e sono razionalmente consapevole che non è che sia il libro migliore della mia esistenza, cerco di evitare di parlarne subito perché mi faccio prendere un po’ la mano da quelle che sono le prime impressioni, che vi snocciolo senza troppo criterio su Instagram ma che cerco invece di trattenere quando scrivo una recensione mezza seria.
Iron Flowers è un libro da ragazzi: perciò per farne un’analisi come si deve bisogna partire dal presupposto che non si impone in nessun altro modo, che non aspira ad un pubblico né più né meno critico di quello degli adolescenti.
Perciò, se vogliamo parlare di femminismo alla Frida Kahlo, è il volume sbagliato. Se vogliamo invece pensare ad un buon veicolo per alcuni ottimi principi da impiantare nella mente delle adolescenti (ma anche di qualche adulta che conosco), è decisamente la lettura adatta.
Se dovessi accostare Iron Flowers ad altri volumi young adult a cui deve senza dubbio dei prestiti, citerei Hunger Games e la saga di The Selection. A quest’ultima ci sono notevoli richiami soprattutto nella parte iniziale, ma fortunatamente Iron Flowers non eredita il trash assoluto che caratterizza invece la saga di Kiera Cass (su cui magari torneremo).
Partiamo dalla trama
“Non è un premio, Serina. Dovremmo avere una scelta!”
“Questa era la mia scelta!”
“No.” A Nomi si spezzò il cuore. “Non è una scelta, se non si ha la libertà di dire no. Un sì non ha valore quando è l’unica risposta concessa!”
Nomi e Serina sono sorelle. Sono nate in una famiglia povera e vivono a Lanos, una cittadina periferica di un regno ingiusto, soffocante sia per l’aria inquinata sia perché sembra essere una prigione priva di sbarre. Non hanno possibilità: sono destinate a essere serve, schiave, e forse merce di compravendita per qualche signorotto più benestante.
Serina è nata con il dono della bellezza: e sua madre ha concentrato tutte le proprie energie a farla fiorire, perché sa che la bellezza di Serina concede loro una possibilità unica. Se la ragazza venisse scelta per diventare una delle Grazie dell’Erede, lascerebbero per sempre Lanos e dimenticherebbero la povertà, per vivere nel lusso del palazzo reale.
Nomi è nata con un altro tipo di dono: quello dell’intelligenza. Lei non vede nella bellezza di Serina e nella possibilità di servire il sovrano una via d’uscita dalla loro situazione: vede solo altre sbarre, un altro tipo di prigione. Magari dorata, ma pur sempre una prigione. Per questo infrange la più grande regola imposta alle donne: impara a leggere e divora un libro dietro l’altro, complice suo fratello Renzo.
Quando Serina viene scelta come finalista tra le aspiranti Grazie e porta Nomi a palazzo per farle da ancella, non ha idea di quello che succederà. Nomi con il suo temperamento, che la rende talvolta arrogante, va a sbattere proprio contro l’Erede. E l’Erede, algido e incomprensibile, per qualche motivo sceglie proprio lei.
Così Serina finisce a fare l’ancella della sua inespertissima sorella. O almeno ci prova: perché quando Nomi ruba un libro e Serina lo scopre, si prende la colpa prima che il sovrano possa arrivare alla sorella, e nell’estremo tentativo di proteggerla, si lascia arrestare e condurre a Monte Rovina, una prigione femminile arroccata su un’isola disabitata.
Lì, le donne sono costrette a lottare tra loro per vivere: divise in clan si affrontano per il piacere dei carcerieri su un campo di battaglia per uscirne vive o morte. Solo la vincitrice di ogni incontro guadagnerà il cibo per la propria fazione. E Serina scopre che dovrà presto imparare a ragionare un po’ di più come sua sorella se vorrà sopravvivere. Proprio mentre Nomi, rinchiusa a palazzo, si troverà costretta ad apprendere la diplomazia della sorella per riconoscere gli amici e trovare aiuto per fuggire e salvare Serina.
I personaggi
In quel preciso istante, Serina fece una scelta. Monte Rovina non l’avrebbe piegata. E sicuro come il fuoco che divorava l’isola dall’interno, non avrebbe permesso che l’Erede piegasse Nomi.
Durante le prime pagine avevo la sensazione che avrei detestato Serina e mi sarei sentita molto più vicina alla decisa Nomi.
Ben presto, mi sono dovuta ricredere. Nomi è intelligente e caparbia, ma è vittima delle sue passioni e delle sue emozioni, non sa distinguere il bene dal male e non è razionale: la sua forza è vincolata ai suoi affetti e perduti questi, fatica a rialzarsi. Ben presto il suo eroismo iniziale si disperde: si fida delle persone sbagliate, commette un errore dietro l’altro, si lascia avviluppare da quel mondo perché lotta con reti invisibili che non riesce a tranciare.
Serina, al contrario, la dolce, bella, elegante Serina, si rivela essere così più forte di sua sorella! L’evoluzione del suo personaggio è una vera sorpresa. Merito anche delle donne che incontra, lottatrici dell’isola, ognuna delle quali le insegna qualcosa, Serina si trasforma e la Grazia che è in lei diventa una furia, quando decide che se dovrà morire, lo farà a modo suo.
Perché nessuno al mondo potrà mai più dirle chi e che cosa lei deve essere.
“Noi non siamo fiori. Siamo fatte di cemento e filo spinato. Noi siamo fatte di ferro. Siamo intelligenti e pericolose.”
