Diceva il cardinale, Cromwell farà in una settimana quello che un altro farebbe in un anno, non vale la pena intralciarlo o osteggiarlo. Se vorrete agguantarlo non lo troverete, avrà già percorso trenta chilometri mentre voi vi infilate ancora gli stivali.

Anna Bolena, una questione di famiglia inizia proprio dove si era concluso il suo predecessore, Wolf Hall. Master Cromwell, nato figlio di fabbro e diventato Master of the Rolls alla corte di Enrico VIII Tudor, ha reso possibile il divorzio tra il re e la sua prima moglie, Caterina d’Aragona, e il successivo matrimonio con la concubina reale, Anna Bolena. La chiesa anglicana si è staccata completamente da quella romana, e Tomaso Moro è stato giustiziato per non aver riconosciuto la legittimità degli atti del re.
Ora più che mai, Enrico ha bisogno di un erede.
Ma Anna, la testarda, introspettiva, magnetica e ambiziosa Anna, dopo aver partorito una figlia femmina (Elisabetta) non sembra più essere in grado di avere bambini: nascono morti, o muoiono rapidamente dopo essere venuti al mondo prematuramente.
Dopo aver tanto desiderato il matrimonio con Anna, Enrico si rende conto di non essere felice e torna sui suoi passi: i rimorsi per Moro, per il cardinale Wolsey, la preoccupazione per il futuro, la rabbia per le continue guerre con la prima moglie e con la primogenita Maria, e infine lo sconforto per le scelte diplomatiche che non gli assicurano l’appoggio né della Francia né della Spagna, logorano il sentimento che lo lega ad Anna. E ben presto comincia a dimostrare interesse per un’altra nobildonna: la timida, dimessa, silenziosa, incomprensibile Jane Seymour.
Cromwell, l’uomo del cardinale
Il secondo romanzo di Hilary Mantel riconferma lo stile particolare dell’autrice. Il punto di vista è sempre quello di Thomas Cromwell ed è attraverso i suoi occhi che osserviamo, a tratti increduli, il dipanarsi della vicenda.
Cromwell sembra essere sempre l’uomo del re: lo è quando intuisce la sua passione per Jane Seymour e lo è quando gli agevola la strada per arrivare a lei. Ma è anche un ottimo avvocato per i propri interessi: sa cosa consigliare a Jane per non finire troppo presto tra le lenzuola di sua maestà, sa quando avvicinarsi alla famiglia Seymour per trovare degli amici che scalzino i Bolena; sa quando cominciare a prendere sul serio il desiderio del re di liberarsi della seconda moglie.
Benché non ci sia una divisione di capitoli che lo faccia intuire, in verità il libro si divide in due parti ben distinte: la prima, una sorta di lungo prologo che anticipa la caduta di Anna Bolena, e la seconda, che altro non è se non lo svolgersi -dettagliato e particolareggiato- del processo alla stessa. Quando Cromwell comincia a raccogliere prove contro Anna non sa né cosa sta cercando né dove arriverà: sono le persone di cui la regina si è circondata a fornirgli tutto ciò di cui ha bisogno per trovare l’escamotage che occorre a Enrico.
Mark Smeaton è condannato dalla sua vanità, dal suo orgoglio giovanile che lo porta a rivaleggiare con i lord che lo bistrattano. Ma serve soprattutto a condurre Cromwell dove vuole arrivare: ai quattro gentiluomini che rappresentano i motivi della disfatta del cardinale Wolsey, che si sono accaniti su di lui e sui suoi possedimenti, che hanno complottato per metterlo in cattiva luce con il re e prendersi il suo posto. Harry Norris, segretamente innamorato di Anna Bolena, l’arrogante William Brereton, il fratello della regina, George Bolena, e infine Francis Weston. Il più giovane, l’unico verso il quale Cromwell ha un istante di cedimento.
È significativo il momento in cui Cromwell afferma che nel momento in cui Enrico gli ha chiesto di trovare dei colpevoli, lui ha fatto in modo di farlo. Magari i quattro uomini non hanno commesso il crimine di cui sono accusati, ma di sicuro ne hanno commessi altri: primo fra tutti, quello che ha condotto Wolsey alla caduta in disgrazia e poi alla morte.
Ecco perché con l’incedere del romanzo si può dire con certezza che Thomas Cromwell sembra l’uomo del re, ma non lo è. In realtà, è sempre stato (e sarà sempre) l’uomo del cardinale Wolsey. Una lealtà che non conosce confini, nemmeno quelli che separano i vivi dai morti. Cromwell non è disposto a dimenticare ciò che Wolsey ha fatto per lui: e combatte per dargli giustizia, lo fa con la silenziosa diplomazia dell’avvocato, la pazienza infima persino, che lo porta ad aspettare solo l’occasione giusta, perché in fondo la vendetta va servita fredda e questo lui l’ha imparato sulla pelle.
La verità su Anna Bolena e la codardia di Enrico
Non ci sono prove che Anna Bolena abbia commesso i crimini che le sono imputati. Oggi gli storici sono abbastanza unanimi nell’assolverla dall’accusa di adulterio, e per questo sia Hilary Mantel sia Alison Weir raccontano la sua storia lasciando credere che sia innocente. Almeno, innocente in senso lato.
Perché tutte le storie su di lei concordano su una cosa: il fatto che non si sia sporcata le mani personalmente non fa di lei un’innocente. Anzi: avrebbe ucciso Caterina se avesse potuto, avrebbe eliminato la piccola Maria se le fosse stato concesso; ha complottato per mettere la sua famiglia al potere ed assicurarsi un appoggio nella corte, ha cercato di governare Cromwell perché agisse per suo conto (orrore e ripudio quando gli ha proposto di sedurre Maria Tudor per impedire un matrimonio vantaggioso per lei).
E Cromwell sapeva che se non avesse mosso per primo lo scacco alla regina, sarebbe stata la regina ad aizzare il cavallo contro di lui. E a calpestarlo.
Ciò non toglie, che Enrico VIII sia un lampante esempio, in tutte le storie su di lui, di codardia. “Non sa dire addio”, dice di lui Thomas a un certo punto. Quando ha lasciato Caterina si è semplicemente eclissato con la corte abbandonandola nella notte in una residenza estiva. Quando ha deposto Anna, ha mandato Cromwell e non ha più permesso che lei potesse vederlo, parlargli, rivolgergli anche solo un’occhiata.
È un bambino capriccioso che vive nel timore di Dio e nell’arroganza del volere che ciò che pensa sia esaudito senza il minimo sforzo da parte sua. La sua corte a Jane Seymour è identica a quella fatta ad Anna, e il trattamento riservato alle sue regine non cambia mai. Posto che all’epoca di Caterina al potere c’era Wolsey e non Cromwell, e che la principessa spagnola aveva alle spalle l’imperatore Carlo che non avrebbe permesso fosse giustiziata.
“Il mio signore non vedrà di buon occhio se re Francesco dovesse interferire in quella che dopotutto è una questione di famiglia, una vicenda che ritiene molto personale”. Dinteville è divertito. “È proprio il caso di chiamarla questione di famiglia”.

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