
Ci sono storie che superano qualunque fantasia: ad una di queste, appartiene il viaggio di Marta.
Nata illegittima, cresciuta come serva, venduta come schiava, arriva alla corte dei Romanov dopo essere stata catturata come bottino di guerra.
Non c’è sopruso che non abbia subito, e non c’è cattiveria dalla quale non abbia imparato.
Zarina è la storia di questa ragazza che valeva una moneta d’argento: ma quando arriva negli accampamenti militari dello Zar Pietro I, si distingue da subito per la sua conoscenza del mondo, della vita. Dopo aver aiutato il futuro imperatore durante un attacco di epilessia diventa una presenza fissa nella sua vita: fino ad essere rinominata Caterina I, moglie, Zarina, e infine Imperatrice di tutte le Russie.
Potrebbe sembrare una favola, ma non lo è: il romanzo di Ellen Alpsten al contrario è un testo drammatico, violento fino all’eccesso. Gli orrori della vita di Marta vengono raccontati fin nel più piccolo e scabroso particolare, dando una poco piacevole sensazione di disgusto.
I personaggi di Zarina
I personaggi sono ambigui: Pietro, passato alla storia per aver ricostruito la Russia, fondatore di San Pietroburgo e vincitore della Guerra del Nord, è un uomo meschino e violento. Un gigante spaventato che diventa un orco dopo pochissimi capitoli: Marta lo ama sinceramente all’inizio, godendo del sentimento ricambiato e della protezione che le instilla. Ma l’assassinio di Alessio, il figlio di Pietro e legittimo erede al trono, cambia tutto: trucidato dal padre, il destino di Alessio scuote Marta che fino a quel momento aveva perdonato le angherie del marito: la spezza a metà, tra la donna che è diventata, Zarina di Russia, e la donna che ha nascosto nel profondo di sé stessa, la parte più vera di lei.
È questa donna ad innamorarsi del giovane Willem Mons. L’amante dell’imperatrice che la fa tornare ad essere ciò che era: una donna semplice che aveva giurato di non dimenticare mai le sue origini.
Alla fine, sarà Marta a trionfare: e quando il tempo “tratterrà il fiato per un istante”, a diventare la prima imperatrice regnante in Russia.
Commento e analisi
Ho apprezzato la storia, ad eccezione di un paio si aspetti che non mi hanno convinta:
- lo stile: la Alpsten inizia con una scrittura piacevole e romanzata, che pare “bloccarsi” in prossimità di un evento violento. Le tragedie sono come delle parentesi nel testo in cui la forza bruta prende il sopravvento: sesso e barbarie, il tutto viene descritto con una foga sanguinaria che si addice più a un horror che a uno storico.
Davvero eccessivo! - la non completezza: alcune situazioni e diversi personaggi, vengono imbastiti e poi lasciati lì a loro stessi. Un esempio per tutti è quello di Elisabetta, figlia di Marta e Pietro: l’autrice lascia intendere che sia stata lei a denunciare l’adulterio della madre, ma non viene mai confermato né se ne fa più alcun riferimento in seguito. Non sappiamo cosa ne sia stato della ragazza né cosa l’abbia portata ad essere così indisposta verso la madre (descritta come una genitrice affettuosa).
- la corte dei Romanov, le usanze, le tradizioni e la (mancanza di) cultura, non mi hanno entusiasmata. Ho scoperto un regno barbaro, violento, privo di buon gusto, ideali e amor proprio. Lo sforzo di Pietro il Grande di essere un sovrano illuminato, di dare nuova linfa vitale al suo regno, sono stati nobili: e infatti per questo è passato alla storia. Ma il ritratto, di lui e della corte, che emerge dall’opera della Alpsten è arido. Vediamo un uomo che vuole tutto ciò che appartiene ad altri, e poi non sa prendersene cura: uno dei momenti più agghiaccianti è stato lo smantellamento, imballaggio e distruzione, della camera d’ambra in Prussia. Un capolavoro che Pietro ha voluto per sé senza poi sapere che farsene: lasciata a marcire per anni in qualche angolo di Russia.
❄️
